Il castello medievale


L'importanza strategica di Lucinico è un tutt'uno con la presenza, alle sue spalle, del colle del Calvario. Esso dunque ben si prestava ad ospitare una fortificazione, così come gli altri rilievi a cui era collegata e che già in epoca protostorica avevano ospitato dei castellieri. Anche in epoca medievale - in cui era assai diffuso e sentito il bisogno di disporre di una fitta rete di fortezze in cui la popolazione potesse trovare rifugio nei momenti di pericolo e di cui avvalersi per controllare il territorio - sorsero dei castelli: tra gli altri, quelli di Gorizia, Lucinico, Mossa e Cormons.

La data precisa della costruzione del castello di Lucinico è ignota, ma dev'essere posteriore al 1214, dal momento che nel documento di quell'anno si fa riferimento alla località menzionandola ancora solo come villa. Anche nel 1220, negli accordi di Treviso cui si è accennato sopra, Lucinico era menzionato tra i feudi che Federico di Caporiacco aveva ricevuto dal conte del Tirolo, senza che al nome venissero aggiunte altre specificazioni. Bisogna arrivare al 1261 per trovare la prima menzione scritta del castello, che doveva dunque essere stato edificato nei decenni centrali del secolo. Non è chiaro chi ne fosse il titolare e a chi si dovesse l'iniziativa della costruzione. Mentre infatti tra il 1077 e il 1214 il territorio di Lucinico faceva indiscutibilmente parte del dominio dei patriarchi di Aquileia, nel 1261 il castello veniva annoverato tra i beni di Adelaide, contessa di Gorizia, che ne dispose l'alienazione a favore del patriarca Gregorio di Montelongo, assieme ai castelli di Belgrado e Budiz, in cambio di tremila lire di denari veronesi.

In mancanza di una documentazione che permetta di stabilire con sicurezza diritti di proprietà e passaggi di mano del fortilizio, gli storici che se ne sono occupati hanno pro- posto varie interpretazioni. Il De Bizzarro riteneva che il castello fosse da annoverarsi tra le proprietà dei conti di Gorizia, e in particolare del conte Mainardo III, il quale - egli presumeva - lo aveva donato a titolo di morgengabe (regalo di nozze) alla propria moglie Adelaide; questa, rimasta vedova nel 1258, lo avrebbe venduto tre anni più tardi al patriarca di Aquileia. Non sembra tuttavia che questa sia l'interpretazione corretta, così come non lo è quella data da Paolo Cicuta (1871-1965). Questi, da ardente irredentista qual'era, nel primo dopoguerra scrisse una storia di Lucinico in prospettiva filopatriarcale ed in chiave antigoriziana, vale a dire - in quel momento - antiasburgica, nella quale sosteneva che nel 1261 i Goriziani, per cercare di estendere i loro possessi al di qua dell'Isonzo a spese del patriarca di Aquileia, avessero occupato il castello e tutto il territorio di Lucinico. Recentemente Wilhelm Baum ha invece ipotizzato che alla morte di Ezzelino da Romano (1259), potente capo dello schieramento filo-imperiale, il patriarca approfittasse della nuova, favorevole situazione per volgersi contro i conti di Gorizia e occupare i castelli di Cormons, Brazzano e Lucinico 19. Entrambe le versioni male si accordano col fatto che nel 1261 il castello fosse nella mani della contessa Adelaide e che questa lo vendesse proprio al patriarca.

L'interpretazione che sembra più logica si basa su quanto contenuto nell'accordo di Treviso del 1220, in base al quale Lucinico con il suo territorio risulta infeudato, già prima di quella data, dai patriarchi ai conti del Tirolo, che forse provvedettero alla costruzione del castello. A questo punto si spiega come mai nel 1261 il castello di Lucinico fosse compreso tra i possessi di Adelaide: la contessa infatti, oltre che moglie di Mainardo III di Gorizia, era figlia ed unica erede del conte Alberto del Tirolo. C'era stato però qualche intoppo nel passaggio di questo ed altri possessi da una generazione all'altra. Nel dicembre 1260 il giovane conte Mainardo IV, subentrato al padre morto due anni prima, dovette trovare un accordo con il patriarca che gli consentisse di ricevere l'investitura dei feudi di pertinenza aquileiese detenuti dai Goriziani. In tale circostanza il giovane Mainardo dovette restituire dei pegni - il documento non specifica quali fossero - del valore di 4.000 marche, che suo padre aveva ricevuto dagli ultimi patriarchi e dalla Chiesa aquileiese; inoltre doveva lasciare al patriarca il possesso dei castelli di Cormons e di Monfalcone. Ricevette così la desiderata investitura dei beni paterni, ma non di quelli del conte del Tirolo - suo nonno - che il patriarca tenne per sé. È probabile che a questa vicenda sia legata l'alienazione del castello di Lucinico, assieme a quelli di Belgrado e Budiz, fatta nel 1261 dalla contessa Adelaide. Una lettura accurata del documento lascia tuttavia il dubbio che si fosse trattato in realtà di una vendita fittizia dei tre castelli, che poteva mascherare una transazione di altro genere. Le clausole della cessione infatti sembrano fatte apposta per venir disattese. Ciò che desta sospetto è la clausola per cui, nel caso l'ultima rata non fosse stata versata nel termine indicato, non solo la vendita sarebbe risultata nulla, ma la contessa avrebbe potuto trattenere la somma già ricevuta a titolo di donazione tra vivi: si trattava dunque di un forte incentivo ad osservare i patti. Sappiamo anche che per reperire almeno parte della somma necessaria il patriarca Gregorio aveva ceduto metà dei proventi che venivano dalla muda di Tolmezzo. Però il 2 febbraio 1262 nessuno si fece vivo per corrispondere la seconda tranche della somma pattuita e la contessa Adelaide fece mettere ciò nero su bianco, in modo che avesse effetto la clausola di recesso già prevista. I castelli restavano così in mani goriziane, con il pieno riconoscimento del patriarca e forse il denaro comunque versato alla contessa andò a coprire altre cessioni. 

Le vertenze tra conti di Gorizia e patriarca non si erano però affatto risolte. I conti Mainardo IV ed Alberto II, per rintuzzare le  pretese del patriarca sul castello di Lucinico, ricorsero alla forza e con l'aiuto di Rodolfo di Savorgnano, vassallo ribelle del

patriarca, nella primavera del 1263, si diedero a scorrerie sotto il castello di Lucinico e nei suoi dintorni, mettendo a ferro e fuoco la zona. Si trattava di controversie locali, che potevano però interferire nei delicati equilibri dell'area alpino-adriatica. Già accomunati dalla fedeltà all'imperatore, essi si trovavano ora a militare su fronti opposti; la difesa degli interessi dell'uno e dell'altro era cosa che riguardava i rispettivi schieramenti. Lo scontro aperto fu così evitato grazie ad un intervento di Ottocaro II, re di Boemia, ma anche duca d'Austria e di Stiria ed avviato ad aggiungere ai propri domini i ducati di Carinzia e Carniola. Questi favorì una trattativa, che si svolse nella cittadina istriana di Pinguente ed ebbe tra i suoi punti caldi l'appartenenza dei castelli sulla riva destra dell'Isonzo.

L'interesse del patriarca era allora concentrato soprattutto sul castello di Cormons, probabilmente il più ampio e ben munito, e il cui possesso era stato già più volte oggetto di clausole specifiche negli accordi intercorsi con i goriziani. Il patriarca Gregorio era comunque fortemente interessato a che anche gli altri fortilizi non restassero in mani goriziane, con il pericolo che venissero adoperati contro di lui. In tal senso possiamo leggere una notizia che riguarda il castello di Mossa, di cui una parte - proprio quella che guardava verso Lucinico - nel 1263 venne da lui infeudata a titolo di abitanza ad un proprio fedele.

La pace di Pinguente, stipulata il 20 marzo 1264, fu all'insegna del compromesso. Oltre a molte altre cose, stabilì che i conti di Gorizia riconsegnassero al patriarca le località di Gemona e Monfalcone con i loro mercati. Gregorio avrebbe mantenuto il castello di Cormons finché era in vita. Per quanto riguardava gli altri due castelli della destra Isonzo, più complicata era la situazione di Mossa, che andava ulteriormente definita. Per Lucinico si prese una decisione salomonica: il castello sarebbe stato immediatamente e completa- mente smantellato per non essere più ricostruito né dai conti né dai patriarchi o dai loro successori.

Ma l'accordo venne rispettato alla lettera? Il castello di Lucinico fu effettivamente raso al suolo dopo gli accordi di Pinguente? Manchiamo di notizie dirette riguardanti il castello per il periodo successivo al 1264, ciò che potrebbe confermare lo smantellamento o quanto meno l'abbandono del fortilizio. È opportuno a questo punto spendere qualche parola su un episodio cui a lungo è stata immeritatamente attribuita veridicità storica, ambientato appunto nel castello di Lucinico nel corso della guerra combattuta nel 1309 tra il patriarca d'Aquileia Ottobono e il conte di Gorizia. Lo dobbiamo al notaio cividalese Marcantonio Nicoletti (1536-96), autore fluente quanto inattendibile, che in un lavoro rimasto inedito (Storie dei Patriarchi d'Aquileia e bibliografie), narra di come i patriarcali, giunti a Lucinico, vi incontrino l'irriducibile resistenza di un Simone "Ungrispacho". Questi è asserragliato in un castello, "di non molta grandezza", ma a tutti gli effetti operativo, collocato in amena posizione, tra "il monte nobilmente piantato di generose viti e d'olive, che vincendo l'inverno tengono ivi una perpetua primavera" ed "una nobilissima campagna": una descrizione che verosimilmente possiamo apprezzare per ciò che ci dice del paesaggio cinquecentesco in cui il paese si colloca. Con indubbio valore e grande mancanza di buon senso, agli occhi del Nicoletti entrambi attributi della "barbara" natura germanica del capitano comitale, Ungrispach rifiuta di arrendersi alla forza soverchiante del nemico e cade per questo vittima dei suoi, ammutinatisi. Alla resa segue l'incendio di Lucinico ("Lucinico nel mezzo giorno rappresentava agli occhi de' vicini le fiamme, che in gran parte lo consumarono"), quindi l'azione si sposta nella vicina Gorizia.

In queste pagine Nicoletti rielabora con evidente entusiasmo dettagli che gli vengono da varie fonti: l'incursione turca di un secolo prima, la guerra che ha contrapposto Venezia agli Asburgo agli inizi del Cinquecento, il nome di un Simon Volker von Ungrispach che è stato sì al servizio dei conti, ma attorno alla metà del Quattrocento e di un omonimo che ha invece servito gli Asburgo ai tempi di Massimiliano I. In entrambi i casi, ascrivi- bili dunque alla categoria dei "barbari ferocissimi, che in dispreggio d'Italia vincitrice del mondo, portarono le aste invitte quasi sugli occhi di Venezia", peraltro "città invittissima capo d'un felicissimo imperio". L'inconsistenza storica dell'episodio è dimostrata dal fatto che, a partire dalla fonte più attendibile per quella guerra, la Cronaca di Giuliano di Cividale, non vi resti cenno nelle memorie coeve. Dal suo racconto delle vicende belliche del 1308-9, che registra episodi di portata ben inferiore, si evince che, dopo alcune scaramucce attorno a Cividale, le truppe si spostarono nella destra Tagliamento, dove avvennero la maggior parte degli scontri. Lucinico non ne fu quindi toccata, come sicuramente non lo fu Gorizia: improbabile che i "molti assalti" di cui secondo Nicoletti fu allora oggetto il suo castello, sebbene infruttuosi, abbiano lasciato traccia solo nello scritto di un notaio cividalese di due secoli e mezzo più tardi. Comprensibile, d'altra parte, la ricezione di questo passo presso una storiografia tardo ottocentesca sensibile al gioco delle parti inscenato dal Nicoletti: patriarcali da un lato, di cui è erede Venezia, a propria volta precorritrice di un'Italia allora da poco unita, dall'altro, nei Conti, il "barbaro" elemento tedesco. Da qui, come vedremo, nel 1885, la proposta di ricordare l'episodio nello stemma del comune. Chiudendo questa parentesi, del castello di Lucinico si parla soprattutto a proposito dei ripetuti tentativi, da parte dei patriarchi da un lato e dei conti goriziani dall'altro, di controllare il territorio posto sulla sponda destra dell'Isonzo. Tali episodi certamente misero a dura prova anche il villaggio sottostante, che peraltro riuscì a sopravvivere alla non lunga, ma piuttosto burrascosa storia del manufatto difensivo.