Il "Naso" del Calvario


 Considerazioni sulla presenza di emergenze storiche nell'area denominata "naso" sul colle calvario

di Fabrizio Bressan


Nel presente contributo vengono esposti i risultati relativi alle ricognizioni effettuate sul Calvario di Lucinico (Gorizia), nell'area denominata "Naso"; l'indagine è stata condotta con lo scopo di rilevare la presenza di manufatti o altre eventuali emergenze di carattere storico esistenti nel sito.

Il lavoro è stato preceduto da una verifica cartografica e bibliografica, a cui hanno fatto seguito sopralluoghi e riscontri sul campo, necessari per l'analisi del territorio dove le vicende della storia umana, legate in particolare al secolo appena trascorso, hanno lasciato significative evidenze.

L'indagine è stata condotta nell'area compresa fra le quote 188, 185 e 184 che identificano la dorsale del rilievo sovrastante i centri di Piedimonte e di Lucinico.

Sul sito, oggi parzialmente rimboschito, diversi autori collocano, dislocati in più punti, i resti di un castello che qui sarebbe sorto in età medievale e che costituirebbe, con le opere della grande guerra, l'emergenza storico-archeologica più significativa.

La sua esistenza è testimoniata da alcune fonti scritte a partire dal XIII sec., periodo nel quale il fortilizio sarebbe stato al centro di contese tra i patriarchi di Aquileia e i conti di Gorizia. Viene citato nel 1261 in un atto di vendita della contessa Adelaide e ancora in un trattato di pace del 1264, che stipulato tra il conte Mainardo e il patriarca Gregorio decretava, tra l'altro, l'abbattimento dell'edificio.

Una cronaca più tarda attesterebbe che la disposizione sarebbe stata disattesa in quanto nel 1309 alcuni episodi relativi alle ostilità scoppiate tra il patriarca Ottobono ed il conte di Gorizia, avrebbero avuto seguito presso il fortilizio; studi recentissimi tuttavia hanno confutato la veridicità di questa fonte 1.

In definitiva null'altro sembra trapelare dai documenti se non nel periodo posto tra tardo medioevo ed età moderna quando sulle terre isontine si abbatterono nuove sciagure: dapprima le incursioni dei Turchi nel corso del XV secolo ed infine i conflitti che videro contrapporsi nel Cinquecento e nel Seicento la repubblica veneta e l'impero. In particolare agli inizi del XVII secolo durante la guerra degli Uscocchi (1615 - 1617), il territorio del Friuli orientale fu teatro di assedi e battaglie tra gli eserciti imperiale e veneziano. Nel corso delle operazioni del 1616, gli arciducali avevano eretto sulla sommità del colle di Lucinico un apprestamento munito ribattezzato forte "della Trinità". Si trattava di una delle tante opere difensive che gli eserciti in campo avevano dislocato in punti strategici del Collio, del Carso e della piana isontina. Nei disegni dell'epoca il forte "della Trinità" viene raffigurato provvisto di artiglierie.

Non sappiamo se le fortificazioni allestite sul colle possano aver sfruttato degli antichi impianti difensivi, tantomeno appare azzardato ipotizzare uno "stato" di conservazione tale da consentirne un eventuale ripristino. Al riguardo Ugo Furlani ricorda che Faustino Moisesso, aveva chiaramente scritto in un punto della sua opera dedicata a quella guerra che "... la terra di Lucininso ... ha da tramontana l'erto di un colle molto difficile, e aveva anco un forte, che gli sovrastava...".

È probabile che la citazione si riferisse agli eventi in corso durante i quali, le forze in campo avevano eretto diverse fortificazioni sul territorio o altresì, il cronista si limitava ad una sommaria attestazione di strutture già in loco. Il fatto è che per i genieri del tempo, vista anche la natura del terreno (vi affiorano strati di roccia arenaria che, seppur degradata, offre materiale da costruzione facilmente reperibile), non sarebbe stato difficile pro- curarsi pietre e terra necessarie a erigere un forte secondo i dettami di guerra del tempo.

Passarono altri secoli e l'Isontino e le terre del Friuli furono nuovamente coinvolti nel tragico conflitto mondiale. Il colle del Calvario apprestato dall'esercito austroungarico a difesa del fianco occidentale di Gorizia e fortemente munito da trincee e bunker, divenne uno dei più terribili campi di battaglia del fronte dell'Isonzo. È immaginabile che in quei frangenti eventuali resti murari (insieme ad altre vestigia) venissero devastati o perlomeno sconvolti nel corso delle operazioni.

Negli ultimi decenni del Novecento alcuni autori hanno ritenuto, in base alle proprie osservazioni e propri studi, che alcune delle strutture emergenti sul "Naso" sarebbero riconducibili all'antico fortilizio medievale; non va comunque dimenticato che l'attività di ricerca condotta a partire dagli anni Sessanta del Novecento, aveva indicato il Calvario con fonti più che eloquenti, quale sito di insediamenti protostorici 2. Inoltre già nella seconda metà del XIX secolo non lungi dalle prime pendici del rilievo, era stata parzialmente scavata, precisamente in località Pubrida, anche una grande villa rustica di età romana 3.

Abbiamo effettuato sopralluoghi e ricognizioni lungo il colle e sulla sua dorsale meridionale dove si possono scorgere significativi avanzi murari che si ergono anche sui fianchi nord orientale e sud-occidentale. Un'ampia area del versante occidentale è stata pesante- mente interessata da uno sbancamento per l'impianto di un vigneto.

Ad una semplice verifica il suolo mostra ancora i segni degli scavi e delle opere di guerra; notevoli infatti appaiono i resti delle trincee, delle postazioni di artiglieria e di altri manufatti in cemento che, seppur degradati o quasi sepolti dal terriccio, rappresentano una rilevante testimonianza delle vicende connesse al primo conflitto mondiale.

Nel corso delle ricognizioni sono stati localizzati alcuni dei lacerti murari che i prece- denti ricercatori hanno attribuito all'originario complesso castellano 4.

Diverse strutture classificate come "mura di contenimento" si sviluppano lungo la sommità e a quote differenti, quasi a costituire dei terrazzamenti; una di queste, che risulta ben visibile, delimita a nord ovest, per una lunghezza che sfiora i metri 30 e con andamento quasi rettilineo, l'area del pianoro che distingue la sommità; la struttura conserva un'altezza, dal punto in cui affiora sino alla sua cresta superiore, compresa mediamente tra metri 1 e metri 1,20.

Al momento non avanziamo ipotesi sull'origine né tantomeno sappiamo se ci sia qualche relazione con un presunto complesso, ma certamente se qui doveva sorgervi un castello, valutate le esigenze di carattere strategico e difensivo di un tempo, questo luogo offre ottime opportunità. Vi si domina il territorio a 360°; in direzione sud-est e sud-ovest, dal punto sovrastante il tracciato ferroviario e l'abitato di Lucinico, si notano sullo sfondo il Carso sloveno e goriziano, a est la Valle del Vipacco e poco più a sud la netta incisura del Vallone.

Lo sguardo spazia anche sulla piana isontina con i colli, verso occidente, di Medea e Cormons; chiude l'arco a nord e a nord-est il Collio italiano e sloveno; infine le alture car- siche alle spalle di Gorizia e lo sbocco dell'Isonzo in pianura. Una porzione considerevole di territorio che sin dall'antichità aveva assunto un rilevante carattere strategico-militare, ruolo che si accrebbe ulteriormente tra tardo impero e primo medioevo.

Tali aspetti vanno connessi all'esistenza dell'importante asse viario che da Aquileia conduceva in Pannonia e che proprio a qualche chilometro dal colle in direzione sud-est, era servito da un ponte sull'Isonzo che sorgeva presso l'odierna località della Mainizza. Attraverso questo percorso transitarono usurpatori, eserciti e popoli decisi a contendersi i domini dell'impero romano d'occidente 5.

Buona parte dei manufatti emergenti sulle quote 185, 184 e su livelli ancora inferiori, indicati come muraglie di "contenimento", sono costituiti da grosse pietre di arenaria dalle dimensioni in genere decimetriche; allettate generalmente a ricorsi regolari, sono quasi sempre prive di legante. Tra i materiali lapidei utilizzati, è possibile distinguervi diversi conci provenienti dallo spoglio di altre strutture, come attestano le vistose tracce di malta che recano sulla superficie.

In alcuni tratti del manufatto posizionato lungo il lato nord-occidentale, abbiamo notato innesti murari, riconoscibili da una differente tessitura dei materiali componenti. In almeno tre punti insistono, ortogonalmente e quasi equidistanti, dei brevi setti entro i quali compaiono, frammisti, mattoni di recente fattura; si tratta verosimilmente di lavori (o manomissioni) riconducibili alla grande guerra.

Nelle adiacenze, affiorano tratti lastricati in arenaria con elementi commessi a creare un fondo; la superficie delle pietre appare levigata e i margini sono smussati.

La cartografia storica esaminata attesta che il colle era attraversato, anche in questo punto, da più accessi dei quali sono riconoscibili ancora diversi tracciati; al momento non

appare così sicuro ricondurre i lacerti visibili agli antichi percorsi che qui si snodavano un tempo. 

Segnaliamo di aver rilevato parte del perimetro, chiaramente leggibile, della chiesa forse tardo medievale "della Santissima Trinità"; quasi adiacenti all'edificio e collocati in direzione nord-est ad una quota appena più bassa, sorgono i resti in cemento armato di una casamatta che, priva della copertura, doveva essere servita da postazione per mitragliatrice. Il manufatto pare collegarsi ad un ampio camminamento che si sviluppa quasi ortogonalmente all'"accesso" in direzione sud-ovest; lungo il suo percorso si aprivano dei ricoveri ora accennati da profondi affossamenti del suolo

Le sorprese tuttavia non sono mancate in quanto poco più a sud, nei pressi della quota 184 e nel tratto dove origina il muro "di contenimento" nord-occidentale (a poca distanza dal capanno di caccia), abbiamo potuto individuare la presenza di una robusta muratura in conci di arenaria e malta che, parzialmente visibile, sembra insista quasi ortogonalmente alla struttura. La faccia emergente, con andamento est-ovest, affiora in modo discontinuo per una lunghezza di poco più di metri 9 (ma si sviluppa superando i metri 14) e con una larghezza di metri 0,78; in realtà non sappiamo ancora se intercetti la muraglia di "contenimento", perché scompare sotto i sedimenti.

Dai rilievi e dai riscontri cartografici effettuati, questi avanzi murari appartengono all'antica chiesa di San Pietro che qui si ergeva e la cui presenza a tutt'oggi non era mai stata accertata con gli opportuni riscontri cartografici. Al momento, presso il sito, sono stati effettuati dei sondaggi archeologici che, diretti dalla dott.ssa Laurenti della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia (sede di Trieste), saranno resi noti attraverso uno studio specifico.

Ad una ulteriore perlustrazione del substrato è stata individuata, parallelamente e ad una distanza di circa metri 9,40, anche la faccia riconducibile al muro meridionale dello scomparso edificio. Inoltre si è constatata la conservazione dell'angolo nord-occidentale dello stesso, con il paramento esterno che parzialmente sbrecciato e sconnesso, conserva una parte superstite dei grossi conci regolarmente allettati e legati con malta di calce. È ipotizzabile che l'intero perimetro dell'antica chiesa, con la sua abside e accesso, si conservi sepolto nel sottosuolo.

Tutta l'area adiacente è distinta da un suolo fortemente bioturbato che mostra in ampie zone, una matrice grigio nera ricca di elementi organici. Tra le ceppaie e la vegetazione che vi dimora, il substrato è ingombro di lastrine e conci di arenaria (anche con la tipica superficie rossastra da esposizione al calore), ciottoli, grumoli di malte, frammenti di laterizi a impasto giallo o rosso.

In prossimità degli scassi di origine antropica o animale, non sono mancati caratteristici "elementi guida", forse connessi a depositi archeologici già intaccati, come le parti smussate di piccole dimensioni pertinenti a laterizi o ad altri manufatti ceramici riconducibili, verosimilmente, a contenitori di età romana e protostorica.

Altri materiali lapidei con tracce di malta affiorano in connessione, nel senso che appartengono, forse, a qualche struttura sepolta ancora da individuare. Di un certo interesse appare l'unico frammento di ceramica tardo medievale, recuperato nel corso delle ricognizioni proprio nell'area dell'edificio di culto: trattasi di un piccolo frammento pertinente ad una ciotola in terracotta, che conserva parzialmente il cercine con l'attacco della parete; la decorazione superstite mostra la tipica fattura della ceramica graffita del tardo Cinquecento (o inizi XVII secolo) 6.

Sul versante orientale prospiciente l'Isonzo e il centro di Piedimonte, abbiamo accerta- to la presenza di altri manufatti. Appena riconoscibili quelli sul piano sommitale, ma ben delineati quelli emergenti all'inizio del declivio. In un caso le strutture sono parzialmente accorpate a manufatti della grande guerra. Infatti vi si possono distinguere nettamente i materiali lapidei precedenti messi in opera a creare una sorta di robusto setto con legante a base di malta di calce, mentre quelli più "recenti" risultano allettati con cemento. Vi si possono individuare almeno due periodi per la fase "antica" (?) in quanto ad una prima osservazione abbiamo notato che la struttura più vecchia è formata da due corpi distinti di cui uno appare addossato.

A sovrastare i resti, tra rovi e altre piante, si erge un'altra muraglia; la struttura è pertinente al percorso viario che, come indicato dalla cartografia storica, qui si snodava attraverso i fianchi della collina per raggiungerne la quota; queste opere, come le altre, sono realizzate in conci di arenaria posti "a secco" e con profilo scarpato.

Seguendo l'andamento della curva di livello in direzione sud-est, sulla quale paiono posizionarsi alcune delle opere, si incontra un altro manufatto che, visibile in pianta, mostra un perimetro semicircolare di metri 5,50. La struttura appare realizzata in conci di arenaria posti "a secco".

Procedendo in direzione sud-ovest, si ergono altri avanzi che parzialmente emergenti, sono intercettati da diverse opere di guerra tra le quali si distingue una postazione in cemento sprovvista di copertura; il terrazzo naturale è ingombro di materiale lapideo e sulla parete rocciosa che si erge alle spalle, dovevano aprirsi dei ricoveri. Gli affioramenti si susseguono in modo discontinuo, seguendoli ci si imbatte in grossi lacerti murari che superando in alcuni punti i metri 2 di altezza, appartengono ad una medesima opera. L'intero suo sviluppo, di decine di metri, sembra seguire il rilievo naturale ed è interrotto, in più punti, dalle frane o dal collassamento del paramento. Lungo il margine meridionale si possono osservare le grandi dimensioni delle pietre che compongono la struttura e che appaiono regolarmente allettate "a secco". Un tratto invece risulterebbe tamponato in momenti diversi, visto che appare innalzato con conci di minore grandezza e con differente orditura. Il profilo appare lievemente inclinato e le basi, perlomeno quelle visibili, poggiano sull'affioramento arenaceo. Nel tratto più conservato la superficie esterna risulta irrobustita da ulteriore scarpatura che è quasi del tutto collassata; qui il pendio appare piuttosto scosceso.

In effetti l'opera si rivela di un certo interesse ma, limitando la nostra osservazione sull'emergente, gli elementi desumibili sono pochi per avanzare qualche ipotesi sulla funzione originaria di questa poderosa struttura: muro di contenimento (a sostegno di una terrazza) o lacerto superstite di qualche arginatura difensiva? Forse un sondaggio mirato potrebbe offrire qualche indizio in più su questo interessante manufatto, i cui volumi e lo sviluppo, si potrebbe azzardare, sembrerebbero sovradimensionati per una semplice struttura "di contenimento".

Le verifiche da noi condotte non hanno fornito al momento dati sufficienti riconduci- bili con sicurezza a qualche impianto fortificato. È stata considerata l'ipotesi che se qui vi sorgesse qualche evidenza, la stessa dev'essere stata ricoperta, distrutta o forse smantellata nel corso degli eventi della guerra mondiale o dai recenti lavori per l'impianto del vicino vigneto.

Resta da verificare la reale funzione di alcune delle strutture individuate le cui dimensioni, in effetti, sono ragguardevoli; è chiaro che una mirata indagine archeologica potrebbe forse fornire ulteriori informazioni in merito.

Resta accertato che parte dei materiali e dei manufatti esistenti nella zona ispezionata sono relativi alla guerra del 1915-1918; nei pressi si aprono anche le grandi occhiaie della galleria cannoniera costruita durante il conflitto.

Tuttavia l'attenta perlustrazione del suolo, la verifica delle emergenze esistenti, i riscontri cartografici, la bibliografia pertinente, le caratteristiche costruttive e i materiali relativi ad alcune delle opere parzialmente visibili (perché ancora sepolte), nonché la notevole presenza di fittili in superficie, sono aspetti inequivocabili che provano la potenzialità del sito 7.

Da segnalare comunque l'importanza della scoperta della chiesa di San Pietro la cui esistenza ci era attestata solo dalle fonti.

È chiaro che la ricognizione superficiale non può sempre appurare del tutto la potenzialità di un sito (nel caso anche fronte di guerra), ma la documentazione sinora raccolta dimostrerebbe che l'area del cosiddetto "Naso", oltre a conservare opere militari, potrebbe celare nel suolo significative testimonianze storico-archeologiche, memorie che solo opportuni sondaggi potrebbero accertare portando forse, a svelare il "mistero" (che ancora resiste) dello scomparso castello medievale.