Bratuž Lojze (1902 - 1937)

15.02.2020

Se a Gorizia sono molte le targhe commemorative che ricordano oltre la memoria degli uomini le persone e gli avvenimenti che hanno coinvolto la città e la sua gente, poche sono quelle che uniscono parole di lingue diverse. Tanto più prezioso quindi è il messaggio affidato alla piccola lapide di fronte alla chiesa di Piedimonte che ricorda il musicista Lojze Bratuž: "Čisti žrtvi v svetal spomin / alla vittima innocente in perenne ricordo". Sotto l'immagine di un'arpa stilizzata, le date di nascita e di morte (17 febbraio 1902 - 16 febbraio 1937) si affiancano al nome di Lojze Bratuž, cui è intitolata la piccola piazza. Morì il giorno prima di compiere trentacinque anni, dopo quasi due mesi di agonia, ucciso da un miscuglio di benzina e olio di macchina che una squadraccia fascista lo aveva costretto a bere il 27 dicembre 1936, all'uscita dalla chiesa dopo la messa domenicale.


Molto dotato nella musica, che aveva imparato da autodidatta, Lojze Bratuž era stato cantore e organista fin dall'età di tredici anni nelle chiese di Gorizia e successivamente a Viareggio e presso Campobasso, dove era sfollato con la famiglia dopo la rotta di Caporetto. Tornato a Gorizia e ripresi gli studi interrotti a causa della guerra, fu maestro elementare a San Martino di Quisca, a Salcano, a Battuglia, affiancando all'insegnamento scolastico quello della musica. Si occupò anche di politica, per quanto in maniera episodica: tanto bastò tuttavia perché al momento delle elezioni politiche del 1924 venisse trasferito nei dintorni di Pescara. Da lì lo richiamò a Gorizia l'arcivescovo Sedej, offrendogli prima la cattedra di musica al Seminario minore, poi, quando Bratuž fu costretto a lasciare l'insegnamento in seguito a un arresto per la sua attività nell'associazionismo sloveno cattolico, l'incarico di ispettore dei cori parrocchiali della diocesi. Fu direttore di vari cori, sia sloveni sia italiani; era amico di Seghizzi, che lo chiamò a dirigere il coro del Duomo. Si dedicava anche alla composizione: soprattutto musica religiosa, ma anche profana, e trascrizione e adattamento di canti popolari.


Essere conosciuto e stimato nella comunità e abbinare all'universale linguaggio della musica il canto in una espressione linguistica allora proibita, quella slovena, furono le sue "colpe". Nel 1930 fu vittima di una prima aggressione che lo costrinse a tre settimane di ospedale. Nel 1932 fu arrestato diverse volte e trascorse nove mesi in carcere, senza che potessero essere avanzate imputazioni nei suoi confronti. Era sposato da tre anni, e il suo secondogenito era nato da poco, quando giunse il Natale del 1936. A Piedimonte la funzione religiosa si teneva in sloveno. L'intento dei fascisti del luogo di impedire la celebrazione fu frustrato dalla presenza di alcuni agenti di polizia. I fascisti tornarono due giorni dopo per rifarsi su Lojze Bratuž ed altri quattro coristi. I giornali non riportarono la notizia della sua morte, i funerali si tennero all'alba, per evitare ogni possibile manifestazione. L'arcivescovo Margotti denunciò l'accaduto, che rappresenta una delle pagine più buie della storia goriziana. È estremamente difficile trovare parole adeguate a esprimere l'orrore per un atto di violenza come quello che provocò la morte di Bratuž. Forse non esistono parole.