COME UNA GUERRA: MA E' GIUSTO RIFLETTERE SUL FUTURO DELLA SANITA’

06.04.2020

In molti hanno paragonato gli effetti del coronavirus a quelli di un'ipotetica terza guerra mondiale. E purtroppo, facendo i debiti scongiuri, alla fine della fiera il numero delle vittime cadute sul campo sarà verosimilmente quello di un conflitto mondiale. Con la differenza che in guerra il nemico lo conosci e puoi combatterlo mettendo in campo - ancorché in condizioni di svantaggio - le tue risorse, le tue strategie, le armi di cui disponi. Qui l'avversario è impalpabile e subdolo e costringe a una condotta che inevitabilmente, in attesa dell'antidoto, non può che essere quella difensiva. Dove i presidi ospedalieri sono la linea Maginot contro la dilagante invasione e dove gli operatori sanitari, medici ed infermieri, si trovano in prima linea nella gestione di una imprescindibile strategia di protezione e di difesa della popolazione coinvolta. Atteso che i nostri operatori sanitari stanno assolvendo al compito con eroica abnegazione, essi stanno pagando in termini ingiustificabili, sulla loro pelle, il pedaggio d'un sistema ospedaliero che fa acqua da molte parti: perché sconta gli effetti di una politica sanitaria che ha fatto dei tagli la sua parola d'ordine, impoverendo un apparato che ha nel personale medico - e meno male - un'eccellenza assoluta. A testimonianza dell'alta qualità della formazione universitaria nel nostro Paese. Anche noi siamo stati interessati alla défaillance, se pensiamo che fino agli anni Settanta - Ottanta i Goriziani nascevano a Gorizia, i bisiachi a Monfalcone, i mamoli i nasceva a Gravo e i furlans di soreli jevat a Cormons: un gioiello ospedaliero quest'ultimo realizzato grazie all'allora assessore regionale alla sanità, Cesare Devetag: tempi in cui Gorizia era rappresentata in Regione da ben tre assessori regionali.. Era l'onda lunga del boom economico: c'erano dunque ben quattro ospedali nella nostra ex-Provincia, in omaggio anche alle direttive dell'Oms. Troppi? Forse si. Certo è che lo svuotamento di competenze e di reparti che ha interessato l'Isontino è eclatante, come lo è il fatto che - in grazia alla Serracchiani e alla debolezza della classe politica goriziana - i Goriziani non nascono più nel capoluogo, talchè avviene - in attesa di smentita - negli altri 110 capoluoghi di provincia. La circostanza assume ora portata trascurabile se commisurata alla tragedia che il coronavirus ci sta riversando addosso. Quando sarà il momento di ripartire, e questo arriverà perché è solo questione di tempo, dovremo però riflettere sulla politica sanitaria nel nostro Paese e sulla questione che poi tanto amletica non è: ovvero se sia meglio investire a favore della salute dei cittadini piuttosto che pagare fior di quattrini dei manager per perseguire con pervicace ostinazione ogni risparmio possibile. Delle due: mejo la prima. 

Ermes Dosso

La cartina aggiornata al 5 aprile è del New York Times