de-GRADO, BIAGIO MARIN E FIURI DI TAPO

30.03.2020

Articolo di Rossella Dosso pubblicato su Fuoco Lento

Fiuri de tapo senpre i stissi, passa i seculi e i ani, vinti lisieri senpre vani, ma voltri sora l'aque sê nuvissi. E' il grande Biagio Marin ed è la strofa d' apertura della sua lirica dedicata alle piante umili e docili al vento che, al declinare dell'estate, affrescano con le loro tinte azzurrine e violacee le barene della laguna di Grado. I fiuri de tapo, appunto. Ovvero i fiori delle piante di Limonio che emergono sui dossi fangosi, i tapi, quando la marea si fa bassa, resistendo alla forza del mare e del vento. E che l'animo sensibile del poeta assimila per metafora alla lotta dell'uomo nei confronti delle circostanze che spesso ne perturbano la vita. Anche quella di Biaseto, orfano della mamma in tenera età, che le vicende della vita hanno costretto, per un lungo periodo, lontano dalla sua amata Grado. "Gravo xè figia de Quileia e mare de Venessia", dicevano i veci graisani. E' proprio così: la sua storia è legata a quella dell'antica colonia romana, i cui abitanti vi trovarono rifugio a seguito delle invasioni barbariche del V secolo. E' legata altresì al Ducato di Venezia, essendone "madre": per averle trasmesso il prestigioso titolo patriarcale.

"Tra sielo e mar par un castelo in aria". Così vede il poeta "el gno paese belo", che agli albori del XIX secolo è sotto il dominio dell'impero asburgico. Il quale ne favorì lo sviluppo turistico, elevandolo - con decreto firmato da Francesco Giuseppe nel 1892 - a "Stazione di Cura e Bagni di Grado" ed enfatizzandone le caratteristiche di luogo di cura e di ritrovo dell'aristocrazia mitteleuropea. Nel 1900 il barone Leonhard Bianchi fece costruire accanto alla spiaggia un complesso di ville che portano ancora il suo nome e che contribuirono sensibilmente alla crescita ricettiva di Grado: sempre più apprezzata grazie alle sabbiature ed alle qualità delle sue acque marine nel trattamento di diverse patologie. Intellettuali, scrittori, poeti come Pirandello, Freud e l'architetto Otto Wagner, la scelsero quale meta per le loro vacanze e per le cure.

A passeggio per la cittadina si respira ancora quell'aria mitteleuropea e quel fascino aristocratico che la rendono incantevolmente unica. Addentrandosi nel suo cuore urbano si incontrano le pregevoli testimonianze architettoniche della Basilica di Sant'Eufemia e della Chiesa di Santa Maria delle Grazie. E ci si immerge nel dedalo delle strette calli e dei minuti campielli - che tanto richiamano Venezia - dove Biagio Marin aveva trascorso l'infanzia prima di andare - sul "trabacolo" di suo padre - in giro per la laguna. La quale nella sua poesia - "che nasse come l'erba" - ci appare nei i suoi colori, nei suoi profumi e nei suoi silenzi, punteggiata dai caratteristici casoni, daltetto in paglia: nati come rifugio e trasformatisi nel tempo in abitazioni dei pescatori.

Emblema di una vita all'insegna del mare e della pesca, nel fascinoso ambiente lagunare, è il "Boreto alla graisana" che le mogli dei pescatori cucinavano con il pesce di scarto: quello che non veniva venduto al mercato, Ogni famiglia ne custodisce una propria variante della ricetta, che deve contenere immancabilmente "do pugni de pèvere", per dirla in gradesano. Nel dialetto - cioè - che ha dato voce a tutta l'opera poetica di Biagio Marin e che a Gravo è ancora molto diffuso, avendo saputo tener testa orgogliosamente alle insidie: quelle del tempo, in particolare. Resistendo come sanno fare i fiuri de tapo. Proprio come loro. 


ROSSELLA DOSSO