Dora Bassi (1921-2007)

09.02.2020

Nata a Feltre nel 1921, B. è stata una «personalità che ha attraversato con entusiasmo e intelligenza, aree tematiche e soluzioni formali diverse» (Del Guercio, 1993), muovendosi tra la scultura in metallo e ceramica, la pittura, l'incisione, operando anche nel campo della progettualità, delle installazioni, della critica e della letteratura. In sessant'anni di carriera partecipò ai principali movimenti dell'arte contemporanea. 

Sempre attenta alla scrittura intesa come metodo di conoscenza e di approfondimento della pittura, ha pubblicato nel 1998 il libro L'amore quotidiano, mentre una sintesi del suo pensiero artistico si desume dalla lunga intervista con Gianfranco Ellero confluita nel libro Conversazioni sulle arti visive pubblicato nel 1989, cui si possono aggiungere numerosi interventi personali pubblicati nei vari cataloghi delle mostre. Si formò a Brazzano e Gorizia, assorbendo la cultura della Mitteleuropa e l'espressionismo nordico. Diplomatasi nel 1939 al Liceo classico di Gorizia, nel 1940 ottenne la maturità artistica a Firenze, dove frequentò la Libera scuola del nudo. Notata dal goriziano Raoul Cenisi che ne espose i disegni nell'anteguerra, tra il 1941 e il 1943 studiò all'Accademia di belle arti di Venezia con Guido Tavagnacco ed ebbe, come insegnante di pittura, Cesetti. Si sposò, trasferendosi a Udine, e riprese l'attività artistica solo nel 1950, su invito di Fred Pittino; il successo dei dipinti acquistati dallo stesso Pittino e da Giorgio Celiberti, la spinsero a frequentare i circoli del neorealismo friulano, i pittori Toffolo Anzil, Giuseppe Zigaina, Ugo Canci Magnano, a visitare le mostre di Picasso, Matisse, Braque. Nel 1954 allestì la prima mostra personale alla galleria del Girasole a cura del Circolo artistico friulano e fu positivamente recensita dal critico Arturo Manzano. Interessata alla raffigurazione del mondo contadino senza intenti politici, espose alla galleria Bevilacqua la Masa di Venezia (1956) e alla galleria La Scaletta di Bologna, risultando segnalata ai premi Suzzara e Marzotto. Il neorealismo la convinse a passare dal "colore bello" al "colore espressivo" trattando una materia pittorica spessa e materica, ispirata alle opere di Pollock e Dubuffet. I quadri dipinti dal 1952 al 1956 furono la premessa del passaggio all'informale "naturalistico" assieme agli amici pittori Nando Toso ed Ernesto Mitri, con cui fondò, nel 1961, il Centro friulano arti plastiche, esponendo nelle mostre Intart del 1972, 1978, 1986, 1989, 1996 che le garantirono aperture europee. Il periodo informale «lungo e fruttuoso» occupò buona parte degli anni Sessanta. In pittura abbandonò la rappresentazione della figura umana, tra il 1954 e il 1958 aprì un laboratorio di ceramica eseguendo sculture e rilievi decorativi per privati e chiese: Via Crucis per la chiesa del Seminario di Castellerio, la chiesa di S. Andrea a Gorizia e a S. Paolo in Udine. Partecipò a numerosi concorsi provinciali per la decorazione di edifici scolastici, come il Liceo scientifico Marinelli di Udine, le scuole medie di Palmanova e Feletto. Nel 1962 insegnò il mestiere di ceramista ai ragazzi accolti nell'Istituto di don Emilio De Roia e nel 1967 tenne un corso regionale di decorazione ceramica, collaborando con l'ESA (Ente sviluppo artigianato) ed eseguendo opere monumentali per la sede dell'INPS a Roma (1971). Seguendo il suo innato istinto di ricerca, si iscrisse nel 1968 alla Facoltà di lettere di Padova. Partecipò a numerosi concorsi e mostre collettive entrando nel gruppo "Numero" di Firenze; allestì una personale organizzata dal Centro friulano arti plastiche a palazzo Caiselli di Udine (1962); espose alla galleria del Cancello di Bologna (1962), al Circolo della Stampa di Milano (1970), alla galleria del comune di Campione d'Italia (1970), alla galleria Il Ventaglio di Udine (1971). Nel 1971 lo scultore Dino Basaldella la chiamò come assistente alla cattedra di scultura dell'Accademia di belle arti di Brera a Milano, dove la B. si trasferì fino al 1992, abitando prima a Bollate poi a Sesto San Giovanni. Si dedicò alla scultura, dapprima con assemblaggi sulle orme di Dino, si impadronì poi di tecniche come la formatura, la saldatura, la fusione a staffa, in opere di stile astratto minimalista. Espose in personali a Milano (1974, 1975, 1976), alla galleria Cartesius di Trieste (1973) e alla galleria 9 colonne di Trento; si impegnò in gruppi di lavoro con gli allievi dell'Accademia per inserire sculture minimaliste in ambienti urbani e realizzò un monumento al lavoro per Sesto San Giovanni. Alla fine degli anni Settanta passò dalla scultura modellata o assemblata a opere minimal, costituite da superfici metalliche specchianti di gusto concettuale, da cui nacquero le "scatole a specchio" (1979-1984). Dopo la morte di Dino continuò a fare ricerca sulla scultura monumentale con Giancarlo Marchese, titolare della cattedra di Brera, e con Davide Boriani caposcuola del Gruppo T. Organizzò dei gruppi a Brera sulla ricostruzione di Venzone (1977-1978) e sul riutilizzo della fortezza di Gradisca (1979-1980). Strinse amicizia con lo scultore Stelio Sole e si accostò al femminismo. Fondò nel 1984 l'associazione DARS (Donna, arte, ricerca, sperimentazione) con Maria Teresa De Zorzi e Roberta Corbellini; insieme organizzarono le mostre Il tempo rubato (1985) all'Ente Fiera di Udine e Matrimonio nella torre - riti simboli, iconografie a Udine. Abbinò la scultura alla ripresa di Ingres, il suo pittore preferito, Canova, Bronzino, avvicinandosi agli inizi degli anni Ottanta al citazionismo in una serie di installazioni in cui si avvalse di più tecniche espressive, esponendo per tre anni alle mostre Grands et Jeunes al Grand Palais di Parigi. Scoprì Charlotte Salomon che, prima della morte nei campi di sterminio, dipinse con immagini e parole la sua vita. Compose dunque cicli narrativi di immagini fino ad abbandonare a metà degli anni Ottanta la scultura «allentando i fili che mi legavano all'attualità». Nel 1997 il comune di Gorizia organizzò in suo onore un'antologica curata da Giancarlo Pauletto. Dopo essersi dedicata per un anno alla scrittura, ritornò alla pittura elaborando «le figure simboliche della mia mente con i colori dei miei affetti», come nella mostra allestita a Udine, in occasione dei suoi ottant'anni, La luce nell'ipotesi estetica di Dora Bassi, o quella presso la galleria di Gradisca nel 2003. Seguirono grandi cicli narrativi che ripensavano la storia dell'arte e la storia personale: Altair, la stele dal dûl, sulle poesie scritte a Casarsa di Pier Paolo Pasolini, alla galleria il Girasole (2002), Santa Orsola. La Leggenda d'oro a Cividale, chiesa di S. Maria dei Battuti (2005) e, l'ultima, La mia infanzia a Brazzano ancora alla galleria del Girasole di Udine nel 2006. La B. morì a Udine nel 2007.


Dora Bassi e Alba Gurtner

In una Gorizia che si guarda quel cadente ombelico, che inghiotte avida le tragedie della guerra e divora le polemiche tra ideologi di diversa confessione, ma ciascuno addetto rigidamente a un culto solo, devoto di una sola fede e quindi dotato di robusti paraocchi, siamo felici di ricordare due donne eccezionali e sopratutto dalla mente libera, virtù che la nostra città sta perdendo, donne eccezionali, tra le tante che Gorizia ha messo al mondo. L'abbinamento come vedrete non è casuale: Alba Gurtner di cui ero amico, mi chiamò in un giorno di giugno del 2007 per parlarmi di Dora Bassi, grande pittrice goriziana, che si era ammalata e voleva vedermi. Dora Bassi era stata una grande amica di mio padre Cesare - li accomunava l'amore per l'arte e la pittura - e della sua prima moglie Maria Miagostovich. Andammo nella sua bella casa di Gradisca d'Isonzo. Ci accolse la sua gentilissima e cara figlia e nel suo studio ingombro di tele e di cavalletti, la trovammo seduta su una poltrona, un po' affaticata - era una giornata di un caldissimo giugno - ma lucidissima, sveglia e ironica come sarebbe stata fino alla fine. Mi disse il motivo della chiamata, che mi era stato appena accennato da Alba durante il tragitto in auto: sentendo vicina la morte, in memoria dell'amicizia con la mia famiglia e per l'amore immenso che portava per Gorizia voleva lasciare una serie di suoi quadri alla città. 

In quel momento chi scrive era assessore alla cultura a Gorizia. La grande Dora ci diede anche la scelta dei cicli pittorici: erano tutti di grande bellezza, ma uno, "gioventù innocente" composto da tredici quadri, mi colpì particolarmente, per la delicatezza del tema e per il fatto di essere stato ispirato al primo Pasolini di "Poesie a Casarsa". Dora Bassi, donna che era lontana anni luce da qualsiasi forma politically correct e che guardava con infinita pietà al conformismo ideologizzante dell'odierna cultura italiana, e che si ispirava piuttosto a una visione metafisica dell'esistenza e del mondo, mi spiegò quanto l'aveva sempre colpita quel momento in cui nell'uomo e nella donna insorge insieme alla terribile e irrefrenabile energia della pubertà quell'altrettanto forte e colpevolizzante senso del male. Un nodo irrisolto, quasi impossibile da guardare al di fuori di qualsiasi morale o moralismo legato a etiche religiose oppure laiche.

Donna di straordinaria intelligenza, Dora aveva capito uno degli enigmi dell'esistenza umana che aveva pensato di rappresentare nella sua assoluta essenzialità. Gli adolescenti che giocano nei boschetti sulle rive dello Judrio (ma potrebbero essere il Tagliamento, il Natisone, l'Isonzo) , sono appena passati dallo "stato di crisalidi a farfalle" e sentono dispiegarsi la bellezza del loro corpo, che si riflette in quelle "acque lustrali, che lavano ogni peccato". Tredici quadri eccezionali che decisi, insieme alle figlie di mettere in mostra permanente nelle sale del Teatro Verdi, dove ancora oggi rendono più nobile e bello quel luogo di cultura: come sempre, questo arricchimento, questo abbellimento fu motivo di polemiche aperte, sottese, segrete. Ritenemmo opportuno dedicare a Dora Bassi anche la galleria dell'Auditorium di via Roma.

Ad Alba Gurtner si deve il Muro delle cinque lingue a Piedimonte, il suo capolavoro, che oggi meriterebbe un'opera di restauro conservativo.