Edling Rodolfo (1723- 1803)

20.02.2020

Il secondo arcivescovo della nostra città, il conte Rodolfo Gundecaro Giuseppe Edling, nacque a Gorizia il 1 agosto 1723, figlio del conte Giacomo di Edling e della contessa Elisabetta di Cobenzl. Dopo aver studiato nel collegio gesuitico di Gorizia e in quello germanico-ungarico di Roma, ordinato sacerdote nel 1746, tornò a Gorizia e rinunciò ai diritti di progenitura per dedicarsi esclusivamente alla vita ecclesiastica. 

Fu canonico di Aquileia, e, dopo la soppressione del Patriarcato, decano capitolare della chiesa metropolitana di Gorizia (1752). Su proposta dell'arcivescovo conte Carlo Michele d'Attems, Rodolfo Edling fu nominato da Papa Clemente XIV vescovo di Cafarnao in partibus infidelium e vescovo coadiutore di monsignor d'Attems (1771). Alla morte dell'arcivescovo, monsignor Edling venne chiamato a succedergli, prendendo possesso dell'arcidiocesi il 14 maggio 1775. Tuttavia l'episcopato di monsignor Edling fu caratterizzato da uno dei più duri contrasti tra la chiesa e le autorità civili che la storia di Gorizia ricordi. Il 17 ottobre 1781 l'imperatore Giuseppe II emanò il cosiddetto editto di tolleranza, che concedeva in sostanza parità di trattamento ai non cattolici cittadini dell'impero. L'imperatore avocava a sé anche il diritto di decisione in una serie di questioni di ambito ecclesiastico. L'arcivescovo Edling si rifiutò di pubblicarlo e di farlo eseguire, criticando anzi dal pulpito l'editto e lo stesso imperatore. Pochi mesi dopo, nel febbraio 1782, venne battezzato nel duomo di Gorizia un ebreo convertitosi, certo Gentilli. Costui aveva cercato di indurre la sorella Ricca ad abbracciare la religione cattolica, e ne seguì una indagine giudiziaria per accertare le reali intenzioni della giovane, che dichiarò la sua fedeltà all'ebraismo. La vicenda è comunque indicativa del clima goriziano dell'epoca e della posizione assunta dall'arcivescovo, in aperto contrasto con la normativa appena emanata. In tutto l'impero, furono solo tre i presuli che si rifiutarono di promulgare le ordinanze imperiali: l'arcivescovo di Vienna, cardinale Migazzi, il principe vescovo di Agram in Ungheria, monsignor Esterhazy, e il principe arcivescovo di Gorizia, monsignor Edling. In particolare, l'arcivescovo si opponeva all'editto di tolleranza, che considerava inutile, essendo quasi tutti i suoi diocesani cattolici, e dannoso, non potendo essere tollerate false religioni. Per questo suo rifiuto, fu multato di 2.700 fiorini, più 1.500 fiorini da distribuire ogni anno ai poveri, fu chiamato a Vienna per giustificarsi, gli venne impedito di incontrare Papa Pio VI in visita a Gorizia; infine, nonostante si fosse rassegnato a disporre la pubblicazione di alcuni decreti - fatto che gli alienò le simpatie della curia vaticana - ricevette da Vienna l'ordine di sottomettersi o di rinunciare alla propria carica. L'arcivescovo sottoscrisse la rinuncia, non intendendo agire contro la sua coscienza, ma il pontefice non la accettò, non essendo questa basata su motivi canonici. Sottoposto ad ulteriori pressioni, monsignor Edling rinnovò la rinuncia, che Pio VI infine accettò, nominando il presule assistente al soglio pontificio. Giuseppe II però non volle lasciare presso la curia romana l'arcivescovo che gli si era ribellato, e gli ordinò di risiedere all'interno dei confini dell'Impero, a pena di non ricevere la pensione cui aveva diritto (pensione peraltro molto generosa: 10.000 fiorini, un importo superiore al reddito annuo di cui aveva goduto da arcivescovo). Monsignor Edling si trasferì quindi a Lodi, dove morì l'8 dicembre 1803 e dove è sepolto nella chiesa di San Filippo. Al di là della vicenda personale di Rodolfo Edling, il contrasto fra arcivescovo e imperatore costò caro alla neocostituita arcidiocesi di Gorizia. Infatti la sede rimase vacante dal 1784 al 1787, quando Giuseppe II la soppresse per includerla prima nel territorio della diocesi di Lubiana, poi di quella di Gradisca. Qualche anno dopo, nel 1791, Gorizia fu nuovamente eretta a diocesi, ma retta da un semplice vescovo, non più arcivescovo, e privo del titolo di "principe". La situazione precedente venne ripristinata solo nel 1830, quando sia l'imperatore che voleva uguali i suoi sudditi sia l'arcivescovo preoccupato solo dello zelo religioso erano ormai morti.