GLI ANGELI MUSICANTI DEL DUOMO

29.03.2020

Un altro magnifico tesoro goriziano. Risalgono con ogni probabilità alla seconda metà del Quattrocento gli affreschi della Cappella di Sant'Acazio, che circondano estatici e sognanti i quattro Evangelisti in uno dei pochi lacerti medievali che Gorizia conserva. Questo ciclo pittorico di grande impatto, come vedrete dalle immagini, è un segno di gioia e di serenità, un tetto, un cielo, un altro tesoro di Gorizia da poco riportato ai suoi antichi splendori nel quadro del più ampio restauro del Duomo Metropolitano, che si presenta come una vera e propria miniera di testimonianze sulla Gorizia più antica. La chiesetta di San'Acazio è inglobata infatti nel Duomo e gli angeli musicanti suonano un liuto, un organo portativo, un salterio tedesco a bacchette, una dulciana,un flauto all'alemanna, un'arpa un tamburo e una strana mandola molto smile a una chitarra ( forse modificata nel restauro che tale Melicher eseguì nel 1904 e già allora molto criticato. Quegli stessi strumenti sui quali nel 1996-98 fu realizzata l'elegante sala della musica in castello, prodromica a quel Thetarum Instrumentorum che realizzammo più tardi insieme a Paolo Cecere, a Fabio Cavalli all'Insieme Dramsam e all'Accademia Jaufré Rudel. Oggi quell'esposizione è tra le più apprezzate di chi visita il castello e la nostra città. Tutto parte comunque da quegli straordinari angeli musicanti, da quel tetto angelico sopra Gorizia.

ANTONIO DEVETAG

Qui di seguito, i particolari dei lavori di restauro eseguiti sotto la direzione dell'architetto Lino Visintin dallo studio Nevyjel e Regazzoni di Trieste.

IL RESTAURO

Il restauro degli affreschi realizzati sulla volta della Cappella di Sant'Acazio inizia il 12 febbraio 2010 con il conferimento dell'incarico da parte della Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici del Friuli Venezia Giulia. Gli affreschi, realizzati in età tardo gotica tra il XIV e il XV secolo, rappresentano al centro i simboli degli Evangelisti e sugli spicchi sedici angeli, con strumenti musicali di tradizione nordica, presumibilmente di ascendenza carinziana. I lavori sono stati preceduti da una campagna di indagini stratigrafiche effettuate sulle parti intonacate della cappella, e sui costoloni della volta, per rinvenire eventuali decorazioni ad affresco o finiture tardo gotiche nascoste. E' infatti documentata, da una fotografia antecedente alla Prima Guerra Mondiale, la presenza di una Annunciazione sulla parete che immette sulla navata laterale destra del Duomo. Di tali affreschi, presumibilmente coevi a quelli della volta, non è rimasta traccia. L'intero Duomo è stato oggetto di un intervento straordinario di manutenzione che ha comportato - per conciliare le diverse lavorazioni previste nel cantiere - alcune sospensioni ai lavori di restauro sui dipinti della Cappella di Sant'Acazio, che si sono conclusi nel febbraio 2015. I lavori sono stati realizzati sotto la direzione della Dott.ssa Beatrice Di Colloredo Toppani, della Soprintendenza per i beni storici, artistici ed etnoantropologici del Friuli Venezia Giulia e dell'Architetto Lino Visintin incaricato dalla Curia Arcivescovile di Gorizia.

I CRITERI

Al momento dell'intervento gli affreschi versavano in uno stato di conservazione critico. La superficie era coperta da uno spesso strato di sporco e nero fumo di natura oleosa. Infiltrazioni d'acqua meteorica pregresse avevano provocato un dilavamento sui pennacchi, con perdita della pellicola pittorica e presenza di efflorescenze saline. Gli intonaci presentavano inoltre macroscopici difetti di adesione, sia in profondità che a livello dell'intonachino, quest'ultimo caratterizzato da una crettatura diffusa e da sollevamenti .
I primi test di pulitura hanno subito evidenziato che gli affreschi erano stati oggetto di un pesante intervento di ridipintura eseguito, probabilmente, in occasione della decorazione della volta adiacente che, nel 1906, era stata dipinta con motivi fitomorfi quattrocenteschi da Hans Viertelberger¹. Si presume infatti che in tale occasione, per accordare la volta ottocentesca realizzata in stile neogotico, si intervenne sugli affreschi originali con il risultato di ottenebrare drammaticamente i toni. L'intrevento di ridipintura, massiccio ed esteso su tutta la superficie, risultava giustificato anche dal pessimo stato di conservazione dei dipinti tardogotici, che sono emersi, dopo la pulitura con tutte le loro mancanze e lacune. Le interpretazioni arbitrarie messe in atto durante la fase di «ripresa» dei dipinti originali avevano inoltre contribuito a rendere più confusa la loro lettura . I dati ricavati dalle indagini chimiche effettuate su sei prelievi di intonaco affrescato mettono in evidenza, come primo dato, che buona parte dei dipinti è stata realizzata secondo la tecnica canonica dell'affresco, con i pigmenti stemperati in acqua e stesi sull'intonaco ancora umido. Tutti i campioni analizzati presentano alla base un intonaco biancastro ottenuto mescolando calce aerea con una sabbia prevalentemente di dimensioni medio-fini e presumibilmente con una natura perlopiù carbonatica. Per quanto riguarda invece gli strati pittorici, l'osservazione microscopica, assieme alle analisi strumentali, ha evidenziato che si tratta perlopiù di pigmenti stesi sull'intonaco ancora fresco, con quindi quest'ultimo che ha fornito, mediante affioramento di idrossido di calcio, la matrice di carbonato di calcio che ora lega i pigmenti. I pigmenti utilizzati per il restauro I pigmenti utilizzati sono quelli classici, resistenti alla basicità della calce, quali le ocre rosse e gialle, con anche pigmenti violacei quali ocre fortemente ematitiche, e il nero carbone. Naturalmente si osservano anche strati stesi a secco, come ad esempio sul fondo del simbolo dell'Evangelista Luca e sullo spicchio dell'angelo con la chitarra - campioni 3 e 4 - dove gli strati blu sono da ricondursi a tempere a base di azzurrite, bianco sangiovanni e, in origine un collante proteico ora completamente alterato, ma la cui presenza in origine è testimoniata dal rinvenimento di ossalato di calcio.

Un discorso a parte merita il campione 6, prelevato su un costolone, dove lo strato rosso possiede  una composizione inorganica simile a quella degli altri strati rossi, ma possedendo uno spessore piuttosto elevato, avendo sotto il classico velo di calce affiorata e carbonatata, essendo ben distinto dal supporto ed infine contenendo ossalato di calcio, viene ricondotto ad una pittura a tempera o tuttalpiù alla calce addizionata con colla per favorirne l'adesione .

Su tutti i campioni poi in superficie si rinvengono deposito di gesso secondario, presumibilmente derivante da alterazione del carbonato di calcio costituente gli intonaci o presente nella matrice degli strati pittorici. Tale affermazione si basa sul fatto che gli strati pittorici mostrano costantemente spessori assai ridotti, dimostrando la loro parziale decoesione. Quest'ultima è poi testimoniata anche dal rinvenimento all'interno dei depositi di gesso di polveri ocracee derivanti dalle pitture sottostanti. Talora questa presenza risulta anche abbondante tant'è che il deposito si colora in giallognolo-aranciato, ad esempio sui campioni 1 e 2 (veste bianca e viola di fondo dell'Angelo di San Matteo, fig. 17), e 6 (costolone).
Da sottolineare che sulla superficie dei campioni 1 e 2 si rinvengono tracce di ossalato di calcio che presumibilmente è da ricondursi a trattamenti superficiali a base di colle (sugli altri campioni il suo ritrovamento è da mettere in relazione alle tempere di cui si è già detto).
Infine sulla superficie dei campioni 1, 2 e 4 sono state evidenziate tracce di una resina sintetica moderna di tipo acrilico, presumibilmente riconducibile o a vecchi restauri (comunque a partire dalla seconda metà del 1900) o a preconsolidamento degli affreschi.