GORIZIANI: LA CRUDELE STORIA DI ENRICO ROCCA: EBREO E FASCISTA

Di lui disse Claudio Magris: "fu un singolare, originale e assai notevole intellettuale, scrittore meno noto di quanto meriterebbe, la cui parabola e il cui pensiero hanno un'incisiva attualità, come rivela il suo postumo Diario degli anni bui». 

Enrico Rocca, giornalista e scrittore lavorò al Popolo d'Italia di Mussolini. Nipote di un rabbino, fu irredentista e poi soldato nella Grande Guerra, fascista "ante marcia" e uomo di grande cultura. Rivestì incarichi prestigiosi e diventò direttore di Roma Futurista. Un esempio tragico dei drammi e dei dilemmi ideologici del Novecento, comunque esempio di una città culturalmente complessa, creativa, che sapeva esprimere personaggi di grande spessore.

Nacque a Gorizia il 10 gennaio 1895, nella casa di via Ascoli dove abitava la sua famiglia. Il padre, Ettore, era originario di Ferrara; la madre, Bice Gentilli, era nipote del rabbino Salomon Gentilli. Pur nato a Gorizia, allora austriaca, Enrico mantenne la cittadinanza italiana del padre, e sentì fin da bambino il desiderio di vedere la sua città riunita all'Italia, come logica conclusione delle guerre risorgimentali nelle quali anche i suoi zii ferraresi avevano combattuto.Durante gli studi universitari a Venezia, nel 1914, fu fervente interventista, fondando anche un settimanale intitolato "La Guerra", e non appena l'Italia entrò nel conflitto si arruolò volontario. Fu ferito sul fronte di Gorizia e sul Monte Cucco, riportando una invalidità permanente al braccio destro. La sua vocazione per il giornalismo lo portò al "Popolo d'Italia", dove conobbe Mussolini. Fu quindi fascista della prima ora, tra i fondatori dei Fasci di combattimento, credendo nelle esigenze di rinnovamento sociale del movimento; ma già con l'avvento del fascismo al potere Rocca se ne distaccò, dedicandosi esclusivamente all'attività di giornalista, inviato speciale nelle colonie italiane e all'estero, e critico teatrale. Rivestì incarichi prestigiosi: fu direttore di "Roma futurista" e responsabile della pagina culturale de "Il Lavoro fascista", e collaborò a varie testate giornalistiche. Fu anche traduttore dal tedesco: tradusse diverse opere di Stefan Zweig, cui lo legò una viva amicizia. Pubblicò un diario di guerra intitolato Sei mesi di sole, una raccolta di racconti (Il mio cuore all'asta), Avventura sud-americana (il resoconto della "crociera italiana" che il regime organizzò in America latina), Panorama dell'arte radiofonica, sulle potenzialità e i problemi del nuovo mezzo di comunicazione. Anche se la sua professione lo aveva portato lontano da Gorizia, Enrico Rocca fu sempre legato alla sua città: vi tornava frequentemente, collaborava con qualche articolo ai giornali goriziani, era un punto di riferimento per i suoi concittadini. Fu nella casa romana di Rocca che morì Emilio Michelstaedter, da lui assistito come un fratello. Del grande Carlo Michelstaedter del resto Enrico Rocca aveva subito l'influsso: riferimenti in questo senso, anche se non espliciti, sono frequenti nei suoi scritti. I meriti "antemarcia" di Rocca lo protessero per qualche tempo dalle leggi razziali: dal '38 al '42 egli fu uno dei dieci giornalisti ebrei che potevano ancora pubblicare, sia pure solo siglandoli, i propri articoli. Poi perse anche quel privilegio, e si dedicò alla stesura della sua Storia della letteratura tedesca dal 1870 al 1933 e del diario La distanza dai fatti, conosciuto anche come Diario degli anni bui, usciti postumi nel dopoguerra. Tornò al lavoro il 25 luglio 1943, chiamato a dirigere "Il Lavoro italiano", e condusse poi, dopo l'armistizio, una rubrica politica alla radio antifascista di Napoli. Rientrato a Roma liberata, si suicidò il 20 luglio 1944. 

Da un testo di Antonella Gallarotti "I personaggi goriziani del millennio" Edizioni della LagunaRubrica a cura di Rossella Dosso.


Rossella Dosso - Gorizia3.0


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