LA STORIA TRAVAGLIATA DELLA FORNACE DI ROMANS

30.06.2021

Spesso quando si parla di "monumento" la mente viaggia verso opere d'arte e capolavori architettonici ma nel senso originario della parola latina questo è un sopra ogni cosa un "ricordo", una testimonianza di valore storico lasciato alla posterità. In quest'ottica qnche una struttura industriale che ha segnato per quasi settant'anni la vita di una cittadina e delle località limitrofe come la Fornace di Romans d'Isonzo assume un valore storico da non sottovalutare, essendo uno dei pochissimi esempi rimasti delle numerose fornaci che costellavano il territorio del Goriziano nei primi decenni del Novecento. In un'ottica di "archeologia industriale" risulta affascinante ricostruirne la sua storia indissolubilmente legata agli avvenimenti ed il territorio nella quale era nata, anche e soprattutto visto che con il passare dei decenni in stato di abbandono la natura la sta rapidamente richiamando a sé e nel giro di qualche decennio potrebbe scomparire del tutto .

L'edificazione iniziale del fabbricato avvenne nel 1903 ad opera degli industriali Alfredo Wagner e Ferdinando Dachler in collaborazione con il possidente romanese Francesco Candussi e consistette in un forno di tipo "Hoffmann" ed un primo camino di 40 metri di altezza, al quale si affiancò tra il 1908 ed il 1910 un secondo collegato all'attuale ciminiera ancora presente a lato dell'edificio. La produzione e gli affari risultarono fin da subito estremamente fruttuosi dato che all'inizio degli Anni Dieci Rudolf Dachler, succeduto al padre Ferdinando, ampliò l'intera struttura acquistando anche nuovi macchinari per sopperire alla notevole richiesta. La Fornace si guadagnò la reputazione di produrre i "migliori mattoni della zona di Trieste" grazie alla purezza dell'argilla recuperata dai terreni circostanti.

Nonostante la fiducia di Dachler e Candussi sulle possibilità iniziali di poter ottenere commesse militari, con l'entrata nel conflitto del Regno d'Italia durante la Prima Guerra Mondiale Romans venne conquistata e la fabbrica trasformata in ospedale da campo. In quanto suddito austriaco Dachler nello stesso anno venne internato a Cuneo e dopo la tragica ritirata di Caporetto l'intera struttura abbandonata e data alle fiamme, causando la perdita di tutti i macchinari presenti.

I due imprenditori nel primo dopoguerra cercarono di ottenere la liquidazione dei danni di guerra da parte del Regno d'Italia ma questa venne ottenuta solo parzialmente e senza alcun indennizzo per i macchinari, un fatto che Dachler stesso ricondusse anche alla sua condizione di cittadino non a pieno italiano. Nonostante le difficoltà economiche collegate ai numerosi prestiti richiesti per la ricostruzione la produzione continuò incessante nei decenni successivi e la ditta si ritagliò il suo spazio nel mercato locale, nonostante i cambi frequenti di amministrazione e proprietà. A mettere in difficoltà furono i costi sempre crescenti di trasporto su binario dei prodotti anche a causa della rivalutazione della lira nel 1936 ed i costi concorrenziali offerti per lo stesso prodotto dalle industrie rivali provenienti da altre zone della Penisola. Durante la Seconda Guerra Mondiale l'occupazione nazista costrinse inoltre la ditta a lavorare in larga parte per l'organizzazione teutonica Todt, portando anche spesso ad una vera e propria deportazione degli operai presso gli stabilimenti del Reich situati a Santa Maria la Longa.

Un nuovo periodo ben più prospero per la ditta ed i suoi lavoratori si aprì nel 1949 con l'entrata in amministrazione dell'imprenditore Raimondo Gregorat, il quale si mise immediatamente a gestire l'impianto supportando la produzione con nuovi macchinari. Con circa un centinaio di operai e commesse provenienti da Trieste, Udine, Grado e la Jugoslavia l'azienda cavalcò il periodo positivo legato al boom economico italiano dei primi anni Sessanta producendo milioni di tonnellate di prodotto ed attirando lavoratori e lavoratrici da tutti i paesi vicini, con effetti economici positivi per tutto il circondario. A contribuire anche al ricordo positivo dell'amministrazione Gregorat anche le iniziative dopolavoristiche fatte di pranzi collettivi e gite sociali che resero in quel periodo il personale coeso e pienamente inquadrato nelle politiche aziendali senza grosse conflittualità con l'amministrazione. Purtroppo con la scomparsa dell'imprenditore nel 1965 la situazione volse rapidamente verso il peggio e nonostante l'impegno e le capacità del successore Giampaolo Rizzato la mancanza di macchinari al passo con i tempi e di capitali da investire nella struttura in pochi anni la storia della Fornace termina con la chiusura per fallimento il 5 maggio 1971.

Tra la fine degli anni Novanta e l'inizio dei Duemila studi di settore segnalarono la Fornace di Romans come una degli ultimi esempi di Forni Hoffmann presenti nell'Isontino assieme alle ormai altrettanto derelitte Fornaci Vriz di Mossa e Venturini di Cormons e sottolinearono il valore storico ed iconografico di una struttura che nella sua storia aveva attraversato il periodo austroungarico, l'Italia fascista ed il boom economico, legandosi indissolubilmente al territorio ed i suoi abitanti. Purtroppo nonostante una legislazione apposita creata per la preservazione di beni legati all'archeologia industriale nessuna azione è stata portata innanzi negli anni per preservare la Fornace dall'incuria del tempo. Nel giro di qualche decennio anche la sagoma della ciminiera che si staglia da oltre un secolo nel cielo sopra Romans d'Isonzo, assieme con le storie ed i ricordi legati alla struttura, potrebbe diventare nient'altro che un ricordo sbiadito pronto ad essere portato via dalle maree del tempo.


Alex Baldassi