Maniacco Giovanni (1896 - 1918)

18.02.2020

Il 29 maggio 1918 Giovanni Maniacco, giovane goriziano di idee mazziniane che non aveva ancora compiuto 22 anni, venne fucilato con cinque commilitoni per essere stato tra i promotori della rivolta dell'imperialregio reggimento di fanteria n. 97, detto demoghèla per lo zelo con cui i militari, provenienti dal Goriziano, da Trieste e dall'Istria, si davano prigionieri piuttosto che combattere in un esercito che non consideravano loro. Maniacco era nato nel 1896 e aveva diciotto anni quando, nel 1914, era stato chiamato sotto le armi. Un giovane come tanti, figlio di un calzolaio, commesso in un negozio di commestibili, iscritto a un circolo mazziniano. Poi quattro anni di guerra, la rivolta e la morte affrontata con coraggio, a testa alta, gridando "viva l'Italia". Esponenti dell'irredentismo italiano e sloveno si accordarono infatti per una comune sollevazione, che ebbe luogo nella notte del 23 maggio 1918 a Radkersburg, dove era di stanza il battaglione di complemento del 97. La rivolta però fu stroncata sul nascere, e i capi sottoposti immediatamente a corte marziale, condannati a morte e fucilati: due il 28 maggio, sei il 29; altri otto, già condannati e la cui esecuzione era prevista per il 30, ebbero la sentenza sospesa per intervento dell'imperatore Carlo.

Giovanni Maniacco faceva parte del secondo gruppo. Insieme a lui furono condotti alla fucilazione Riccardo Vrech, di Fiumicello, e quattro patrioti sloveni. Così riportano quasi concordemente le testimonianze, secondo le quali i sei avrebbero affrontato coraggiosamente la morte, gridando rispettivamente "viva l'Italia" e "viva la Slavia". In particolare, Maniacco, che fu il primo ad essere colpito, rispose agli astanti che compativano i condannati "No semo noi poveri, no, ma voialtri se poveri che restè! ", e sputò addosso ad un membro del plotone d'esecuzione - o, secondo altre fonti, al prete - che voleva chiudergli la bocca con la mano per farlo tacere. Uniti nella rivolta, i martiri non lo furono che brevemente nella morte. La comunione di intenti rivolti ad un ideale di libertà e di indipendenza che se non era indirizzato alla stessa patria non comportava però il disprezzo o l'odio per la patria e la nazionalità degli altri non poteva reggere al contrapporsi dei nazionalismi. Presto gli stati del dopoguerra si sarebbero occupati solo dei caduti della propria parte. I giustiziati furono seppelliti all'esterno del muro di cinta del cimitero, la notte dopo l'esecuzione; in quella stessa notte il diciannovenne Rodolfo Maniacco, fratello di Giovanni, coinvolto anch'egli nella rivolta e in attesa di essere processato per tradimento, riuscì ad evadere dal carcere in cui era detenuto.

La guerra finì di lì a poco, e le salme dei cinque sloveni fucilati furono presto riesumate e riportate in patria. Quando nel 1924 ci si interessò della traslazione dei resti di Maniacco, fuori dal cimitero di Radkersburg rimanevano solo il goriziano e Vrech, che alcuni testi, indotti in equivoco dal cognome, danno per "goriziano di nazionalità slava". Nel settembre 1924 Giovanni Maniacco ebbe finalmente una tomba in terra consacrata nella sua Gorizia; le spoglie di Riccardo Vrech dovettero attendere ancora in suolo straniero prima di riposare a Fiumicello.E forse non è inopportuno ricordare ancora, insieme, gli otto soldati giustiziati per essersi battuti, invece che per l'impero, per la libertà del proprio paese, fucilati per troppo amor di patria.