Le tre chiesette sul Calvario

La cresta del Calvario ospita, almento dal XVI secolo tre chiesette campestri (non sacramentali e prive di cimitero), la cui memoria è oggi affidata solo all'intitolazione (novecentesca) della strada che risale il colle: via "delle chiese antiche" appun- to. All'abate di Moggio Bartolomeo da Porcia e al coadiutore patriarcale Francesco Barbaro, attraverso le loro cronache delle visite apostoliche compiute negli arcidiaconati aquileiesi a parte imperii rispettivamente nel 1570 e nel 1593, è affidata invece la prima testimonianza documentale sulla loro esistenza. Alle descrizioni di Porcia e di Barbaro ci si può affidare anche per una descrizione architettonica dei tre edifici.

Nell'ordine in cui vengono visitati sono: la chiesa di San Giovanni, quella della Santissima Trinità e infine quella di San Pietro. È segnalabile per le prime due il nesso con le omonime confraternite esistenti all'epoca a Lucinico.


Figura 2. Le chiese di San Giovanni ("S. Zuan") e della Santissima Trinità in un particolare di una carta del Friuli orien- tale di Canciano Colombicchio (stampata a Venezia nel 1616 da incisione in rame di Catarino Doino).


Le chiesette di San Giovanni e di San Pietro sono probabilmente le più antiche. La prima, con campanile a vela e monofora sormontante da una finestra in vetro, possiede un altare dedicato a san Giovanni privo di pala e di paliotto, arredato con tre tovaglie sopra una base di cuoio lavorato in oro e arricchito da rappresentazioni della Vergine, di san Giovanni e di san Nicola. Due candelabri di ferro sostituiscono l'assenza di una pala. Un secondo altare, ad cornum epistulae, non consacrato, si presenta spoglio e privo di pala e all'esterno ne sorge anche un terzo con analoghe caratteristiche di essenzialità. Nei decreta della visite, che sanciscono correzioni e miglioramenti alle strutture e agli arredi, entrambi saranno classificati come demoliendum, ma la chiesa complessivamente, dalla copertura alle pareti, al pavimento è giudicata in buone condizioni strutturali. La dedicazione si celebra la domenica dopo Ognissanti, la porta di ingresso viene chiusa a chiave nelle ore serali.

La chiesetta di San Pietro, simile per struttura alla precedente ("una campana et una porta"), ma priva di una confraternita che ne abbia la responsabilità, si trova in condizioni decisamente più precarie: "nihil habet in bonis". Sicché i due altari, dedicati il principale a San Pietro e l'altro, a cornu evangelii, a San Michele, sono privi di pala e di palio, con arredi consunti e tovaglie lacerate. Il tetto è in cattive condizioni, il pavimento pure, la campana è modesta. Per Porcia, disposto a riconosce il problema nella povertà del beneficio, la raccomandazione è che la porta venga chiusa la sera e le chiavi custodite, ma è necessario che i due altari siano dotati di pala e di un paliotto almeno dipinto, oltre a un paio di candelabri di ottone e a qualche tovaglia. Vent'anni dopo, durante la visita di Barbaro, la situazione sarà tuttavia immutata. La dedicazione della chiesetta si celebra in occasione della festività di San Pietro e Paolo. Sono obbligatorie alcune messe: il 18 gennaio (ricorrenza della Cattedra antiochena), il 29 giugno (festa dei santi Pietro e Paolo) e il 29 settembre (san Michele).

La chiesa della Santissima Trinità infine, quasi sicuramente la principale delle tre, con bifora su campanile a vela, doppia porta e coro illustrissimus, ospita un ordine di tre altari. Quello centrale, che rispecchia l'intitolazione della chiesa, illuminato da una lampada di bronzo, esibisce una pala lignea scolpita e dorata, due candelabri di ferro, un paliotto di tela bianca. Il secondo altare, sul lato destro, è dedicato a santa Elisabetta ed è corredato da una statua lignea consunta della santa, ma con tovaglie in buono stato e un paliotto di candida tela. Il terzo altare, sul lato sinistro verso l'ingresso, dedicato a Sant'Andrea (ancora privo di dedicazione con Porcia) invece è troppo scarno per salvarsi da una rapida condanna alla demolizione. Tetto, pareti, pavimento dell'edificio sono invece in buone condizioni e così le due campane. Solide anche le finestre in vetro e le porte.


Figura 3. La chiesetta della Santissima Trinità poco discosta dalle Tre croci sul monte Calvario disegnata da Giovanni Maria Marusig nel 1706 (Goritia le chiese, collegij, conventi, cappelle, oratorij, beati, colone, stationi, seminarij, religioni, delineate, e descritte da don Gio. Maria Marusig l'anno 1706, ms., Gorizia, Biblioteca del monastero di Sant'Orsola, p. 129)


Figura 4. La chiesetta della Santissima Trinità nel 1837 si scorge in alto a sinistra sulla sommità del Calvario (Francesco Tunis, Veduta del passo della barca al villaggio di Podgora, del palaz- zo conti Attems, ed il monte Calvario presso Gorizia, FoToTeCa musei ProvinCiali di Gorizia, n. 2674 dell'inv. G. Cossar).


La dedicazione si celebra il 25 maggio, giorno di sant'Urbano. Ex obligatione è prevista almeno una celebrazione liturgica una volta all'anno nella festa della Santissima Trinità (la prima domenica dopo la Pentecoste), ma in realtà i riti procedono più numerosi ex devotione fidelium.

Francesco Agostino Košuta, parroco di Lucinico nella seconda metà dell'Ottocento e autore di una storia della parrocchia lucinichese, individua la data di costruzione dell'edificio nel 1568 (quindi poco prima della visita di Porcia), desumendola da un'epigrafe sui ruderi della facciata, ma gli urbari camerali di Gorizia già nel 1565 annotano a Lucinise tra i terreni che fruttano rendita alla Camera goriziana l'esistenza di una "selvetta" e di una vigna " a presso la S.ta Trinitade", vanificando in questo modo la datazione precedente e anticipandola in maniera indefinita.

La chiesa si trova anche rappresentata nel 1706 in un manoscritto illustrato di Giovanni Maria Marusig, il sacerdote goriziano celebre per la sua cronaca della pestilenza che ha colpito Gorizia alla fine del Seicento. Nell'opera di Marusig, dedicata alla descrizione di diversi luoghi di culto goriziani, la cappella (figura 3) è ritratta a poca distanza dal monumento delle Tre croci che verrà eretto nel 1703. La chiesetta è ben apprezzabile (e ancora in buono stato) anche in una veduta di Francesco Tunis del 1837 (figura 4), che tra l'altro fornisce un dettaglio architettonico coerente con la descrizione cinquecentesca, evidenziando la bifora campanaria al colmo della facciata rivolta a nord-ovest e un buon colpo d'occhio sull'ubicazione in vetta al Calvario, leggermente esposta sul versante di Piedimonte, a breve distanza dalle Tre croci.

Bisogna attendere le mappe catastali di inizio Ottocento per risalire con precisione all'ubicazione della chiesetta di San Pietro, qualche decina di metri a sud-ovest della pre- cedente, ad un'altitudine inferiore e ancora nel territorio di Piedimonte (figura 5). Non compare invece più la chiesa di San Giovanni, evidentemente già troppo compromessa strutturalmente per essere catastalmente rilevante. Per trovarla segnalata (come "cappella diruta") e quindi per approdare alla stima della sua posizione geografica è necessario pertanto rivolgersi alla carta militare della prima guerra mondiale che viene riprodotta in figura 6, dove l'edificio sembra sorgere circa 250 metri a nord est delle Tre croci, sulla stradina che risale la cresta del monte verso la quota 240, sul confine tra i due comuni, quindi quasi sicuramente sotto l'attuale obelisco dedicato ai caduti della prima guerra mondiale. Se escludiamo le cronache della guerra di Gradisca all'inizio del Seicento le chiesette sul Calvario dopo le visite cinquecentesche non lasciano purtroppo per ora altre tracce documentarie fino alla visita settecentesca del primo arci- vescovo di Gorizia Carlo Michele Attems.

L'esistenza dei tre sacelli, ispezionati l'11 marzo 1751, è confermata, ma lo scenario è più desolante rispetto a due secoli prima. La cappella della Santissima Trinità continua ad ospitare tre altari, seppure con la nuova dedicazione a Santa Veronica in uno dei due laterali (forse quello precedentemente non intitolato), ma tutti versano in condizioni decisamente poco dignitose ("omnibus indiget ac praesertim munditie", "nisi melius instruatur necessariis"), tali da determinare nel vescovo l'intenzione della totale interdizione. Resiste il coro cinquecentesco, ma risulta gravemente danneggiato dalle infiltrazioni d'acqua piovana che entrano da un tetto bisognoso di urgenti riparazioni e che pregiudicano la sanità del pavimento e quella complessiva dell'edificio.


Figura 5. Il complesso delle strutture sacre sulla cresta del monte Calvario nel 1832. Dall'alto verso il basso il monumento delle Tre croci, la chiesetta della Santissima Trinità e quella di San Pietro (ASGo, Catasti secc. XIX-XX - mappe, Piedimonte, fasc. 3, n. 2437). Non c'è traccia invece della cappella di San Giovanni. Si noti lo sconfinamento di tutti gli edifici nel comune di Podgora.


Anche peggiore lo stato delle altre due chiese. Quella di San Giovanni necessita di ampi interventi al pavimento e all'al- tare, oramai completamente spoglio. In mancanza delle necessarie riparazioni la demolizione sarà inevitabile se non altro per evitare la triste destinazione del sito a riparo per i pastori ("pastorum recep- taculum"). Quasi irrecuperabile quella di San Pietro, ormai mezza crollata ("ad medietatem colapsa"). Per entrambe non resta che l'ultimatum: alla prima di soli tre mesi, entro i quali dovrà essere provvista di tutto il necessario, pena la sconsacrazione e la demolizione. Per San Pietro i fedeli di Lucinico e Podgora hanno tempo invece sei mesi per accordarsi e ripararla, oppure sarà inevitabile anche in questo caso l'abbattimento definitivo e il riciclo del materiale per altri edifici di culto. Una croce collocata sul sito sarà sufficiente a ricordare l'esistenza dell'antico sacello.


Figura 6. Bisogna ricorrere a una carta militare del 1916 per trovare indicata la possibile posizione della chiesetta di San Giovanni, qui rappresentata come "cappella diruta" (L'esercito italiano nella grande guerra 1915-1918, III, Le operazioni del 1916, III, La battaglia di Gorizia, l'offensiva autunnale, con- temporanee azioni sul resto della fronte. Agosto-dicembre 1916. Tavole, carte, panorami e schizzi, Roma, Ministero della Guerra, Comando del Corpo di Stato Maggiore, Ufficio Storico, 1937, tavola 16


La visita di Carlo Michele Attems rappresenta il punto di svolta per la storia religiosa del Calvario. Da lì in avanti le due cappelle di San Giovanni e San Pietro vengono probabilmente lasciate al proprio destino, mentre gli sforzi di conservazione si indirizzano sulla Santissima Trinità, la cui vita viene prolungata di un secolo o poco più. Infatti, se nel 1755 la contabilità parrocchiale classifica ancora indistintamente come "semidirocate" tutte tre le chiese, nel 1759, in occasione della seconda visita a Lucinico di Carlo Michele Attems, ora titolare della neo-istituita diocesi di Gorizia, quello della Santissima Trinità è l'unico edificio ancora citato dei tre originari, per altro snellito architettonicamente dei due altari laterali, ora non più presenti. Nel 1765 i verbali della successiva ispezione vescovile usano espressamente l'aggettivo dirutae per San Giovanni e San Pietro.

Conferme vengono dalle (già ricordate) prime mappe catastali di cui si dota il territorio goriziano, quelle redatte a partire dal 1811 (un dettaglio in figura 7), che censiscono, assegnando regolarmente un numero di particella, solo la Santissima Trinità e San Pietro, mentre San Giovanni è evidentemente già troppo compromessa per poter essere accatastata. Da escludere tuttavia la rinascita architettonica delle due superstiti, perché i contemporanei Elaborati catastali del comune censuario di Piedimonte che corredano l'apparato di mappe descrivono le particelle 872 e 957 entrambe come "chiesa diroccata", la prima "sotto il titolo della S.s. Trinità", la seconda "fu sotto il titolo di St. Pietro". Il particolare può passare inosservato, ma quel fu che distingue San Pietro probabilmente è il discrimine tra due chiese entrambe in rovina, ma di cui una sola già sconsacrata. Un'ulteriore attestazione sembra venire da una carta immediatamente successiva (del 1850, figura 8), in cui le altimetrie del Calvario sono rappresentate in maniera molto efficace e nella quale, con tratto minuto ma inequivocabile, di San Pietro viene tracciato solo il perimetro a sancire la differenza di integrità con un edificio ancora pieno come la Trinità. Per entrambe il possesso (e la titolarità del pagamento della tassa fondiaria) è in quegli anni della "chiesa parrocchiale di Lucinico".

Il lavoro di demolizione delle due chiesette verrà portato a ter- mine definitivamente un secolo più tardi dalle granate della prima guerra mondiale, che devasteranno la vetta del Calvario, ma a cui non è comunque il caso di assegnare una responsabilità eccessiva. I bombardamenti sul Podgora si limiteranno infatti ad infierire su un'opera già abbondantemente compiuta dal tempo, come si intuisce dai due suggestivi disegni del pittore lucinichese Leopoldo Perco, che nel 1909, quindi prima dello scoppio dei combattimenti, ritrae i due edifici già irrimediabilmente compromessi (figura 9). Qui i documenti si fermano. Altri (e forse più consistenti) elementi possono arrivare solo dall'archeologia.


Figura 7. Il particolare delle due chiesette della Santissima Trinità (Sveti Troizzo) e di San Pietro (Soetim Petro) in una carta catastale del 1811 che isola i fabbri- cati rientranti nei con- fini censuari di Podgora (APAL, Patrimonium, XI, Ergänzungsband 1701- 1892, part.). Si noti l'uso dello sloveno.


Figura 8. Esemplare rappresentazione dello stato delle tre chiesette a metà dell'Ottocento: San Giovanni non esiste più, la Trinità è integra, di San Pietro è rimasto solo il perimetro (KrieGsarChiv Wien, G I h 206, Plan der Stadt Görz sammt den 5 Exerzier- Platze und den umliegende Gegend, 1850, particolare zona del Calvario).


Figura 9. I ruderi di due delle tre chiesette del monte Calvario, immortalati dal pittore lucinichese Leopoldo Perco nel 1909, poco prima di essere spazzati via dalla furia della prima guerra mondiale (Lucinico, collezione privata della famiglia). Perco è generico nell'espressione "vecchio santuario" utilizzata in entrambi i disegni (ma forse sintomo di una memoria orale già compromessa nella capacità di conservare le antiche intitolazioni degli edifici) e diventa addirittura criptico nella sintassi della seconda didascalia ("Calvario di fronte i ruderi del vecchio santuario"). è verosimile tuttavia individuare la chiesetta della Santissima Trinità nel disegno in alto e quella di San Pietro, molto più pesantemente compromessa, in quello in basso.