Le perle del FVG
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Palmanova, la città stellata

Tradurre nella realtà la perfezione dell'idea: pochi gli urbanisti e gli architetti che riuscirono a realizzare in toto il progetto di una città ideale, tracciata sulla carta seguendo l'unico imperativo del raggiungimento della perfezione. Vitruvio disegnò la pianta di una città ideale, un ottagono con al centro una piazza rotonda. Filarete si immaginò Sforzinda, architetti e pittori, nel Cinquecento, progettarono città che rispondevano ai canoni della simmetria e della ragione.

Disegni, idee, progetti che nella stragrande maggioranza dei casi rimasero sulla carta, audaci pensieri che dovevano necessariamente fare i conti con la realtà e venire a patti con la topografia dei luoghi, i fondi a disposizione, le interferenze dei committenti.

E così Palmanova, città- fortezza che si estende con le nove punte nel verde della pianura friulana, è veramente un caso raro ed emblematico.

Come affrontare la minaccia delle nuove tecniche di guerra e delle armi da fuoco? Non più con le alte torri di un tempo, ma con bastioni. Non bastioni allineati, ma bastioni che si spingevano con audaci punte verso l'esterno della fortezza, in modo da colpire i nemici anche sul fianco.

Una fortezza inespugnabile, a forma di stella con nove punte, perfetta nella sua simmetria architettonica e nella sua efficienza bellica: questa fu l'idea intorno a cui nacque il progetto di Palmanova, un'idea che si concretizzò nel giro di 19 anni, grazie al lavoro intenso delle maestranze, che a volte lavorarono in turni di oltre quattromila operai.

A idearne l'inconfondibile pianta stellata fu Giulio Savorgnan, sovrintendente all'Ufficio delle fortificazioni di Venezia, e Vincenzo Scamozzi (uno dei più insigni architetti del Cinquecento) ne disegnò, all'inizio del Seicento, i bastioni e le tre monumentali porte d'accesso.

La sua realizzazione, invece, porta la firma di un uomo d'azione, Marcantonio Barbaro, uno dei cinque Provveditori Generali mandati dalla Serenissima in Friuli per cercare di individuare il luogo più adatto per innalzare una fortezza a difesa dei confini orientali del territorio della Repubblica di Venezia. Era l'autunno del 1593, e due erano i problemi che maggiormente assillavano il Senato della Serenissima: il pericolo sempre presente delle mire espansionistiche dell'Impero Asburgico (con cui si era spartita il Friuli, al termine di una dura lotta innescata dalla morte di Leonardo, ultimo conte di Gorizia) e la minaccia dei temibili Turchi, che avevano saccheggiato, alla fine del Quattrocento, la pianura friulana, e contro i quali nulla poterono le milizie veneziane.

I Provveditori veneti, dopo aver esaminato in lungo e in largo la pianura friulana, trovarono il luogo che cercavano fra i tre piccoli paesi di Ronchis, San Lorenzo e Palmada, poco più di dieci miglia a sud di Udine, sulla sinistra del fiume Torre. Marcantonio Marinega tracciò sul terreno le linee maestre della pianta, ma i lavori furono seguiti da Marcantonio Barbaro, cui la Cittadella deve il suo nome: fu infatti lui a denominarla "Palma", in riferimento all'universale simbolo della vittoria.

Circondata da una triplice cinta di fortificazioni, con una fossa di quasi quattro chilometri, larga in certi punti oltre 30 metri, Palmanova conserva ancor oggi l'impianto topografico originario, con strade che, a raggera, convergono dalle mura e dai bastioni nella grande piazza centrale, a forma di esagono, su cui si affaccia il Duomo seicentesco. Per accedervi, oggi come un tempo, ci sono tre porte, imponenti e monumentali, al di là del fossato, un tempo pieno d'acqua: Porta Aquileia, Porta Cividale e Porta Udine. La storia prese vie che i Veneziani, al momento della fondazione di Palmanova , non potevano prevedere e quindi la cittadina ebbe una vita assai più tranquilla di quella che, sulla carta, le era stata destinata. Salvo che per un breve periodo in Epoca Napoleonica, infatti, Palmanova non assunse quel ruolo difensivo per la quale era stata edificata. In compenso, furono sempre più numerosi i militari, che non i civili, che la abitarono: salvo episodi particolari (come durante la guerra contro gli Uscocchi, quando ospitò circa diecimila soldati), la sua popolazione si aggirava su due, tre mila persone, in gran parte fanti, artiglieri, due compagnie di cavalleria ed una di "cappelletti" a cavallo (una sorta di polizia) più le rispettive famiglie.

La sua fama, comunque, varcò i confini della Serenissima e, per due secoli, la città stellata venne considerata la più agguerrita fortezza d'Europa. Ora, ben conservata, rappresenta un capolavoro di ingegneria militare che vanta ben pochi uguali a livello internazionale.