Tracce protostoriche e romane


La presenza di insediamenti abitati nell'area di Lucinico risale all'epoca romana ed è collegata verosimilmente alla prossimità con il pons Sontii e alla sua statio di posta e di ristoro. La vicinanza di un asse viario è uno dei fattori che assicurano la continuità di un insediamento: la valle di quello che i romani chiamavano Frigidus (Vipacco) era territorio di transito già dagli inizi dell'Età del Ferro. In epoca romana convergeva sul pons Sontii anche la via che, forse ricalcando a propria volta un percorso protostorico alla base degli attuali Colli orientali, collegava Forum Iulii (Cividale), toccando l'insediamento che ora è Cormons, alla valle del Vipacco. Da lungo tempo il punto in cui l'Isonzo entrava nella pianura era diventato un perno di scambi commerciali: lungo la sua valle piste carovaniere portavano dall'Europa settentrionale ambra e metalli, mentre dalle sponde adriatiche veniva l'altrettanto prezioso sale. Nel territorio non mancano reperti protostorici: nella conca e sui rilievi che circondano Gorizia sono state rinvenute tracce risalenti al primo millennio avanti Cristo: ripostigli sul Markov hrib presso Špeter (San Pietro), castellieri sul monte Santa Caterina, sulla sella di Grgar (Gargaro), sul Grad di Miren (Merna), sul monte Brestovec all'imbocco del Vallone e a Gabria.

Gli scavi attuati nel 1946 dall'archeologo Sandro Stucchi in seguito ad un rinvenimento casuale sulle pendici del Calvario hanno portato alla luce alcune tombe. Le sepolture, del tipo a pozzo, conservavano resti di corpi cremati in piccole cavità protette da lastre dell'arenaria locale, ricavate dallo scavo della buca quadrangolare. Delle sedici tombe loca- lizzate, due hanno restituito, oltre ad ossa umane combuste, alcuni oggetti bronzei, attualmente conservati nella sezione archeologica dei Musei provinciali di Gorizia. Si tratta di due armille (bracciali in uso tra i militari), uno spillone da capelli con testa "a pastorale" ed un coltellino dal manico intagliato, che hanno portato lo Stucchi ad assegnare il sepolcreto ad un periodo anteriore a quello delle necropoli veneto-illiriche di Most na Soči (Santa Lucia d'Isonzo) e Kobarid (Caporetto), ovvero alla fase finale della tarda Età del Ferro. Testimonianze di Plinio, Tolomeo e, soprattutto, Strabone affermano che la regione era abitata, seppur scarsamente, da Galli Carni quando sopravvenne la colonizzazione romana, quando cioè - era il 181 a.C. - venne fondata la colonia militare di Aquileia.

È proprio in epoca romana che la zona di Lucinico - posta in un'area che si ipotizza demaniale, ovvero direttamente amministrata dallo stato a causa del suo rilevante interesse strategico - venne valorizzata dalla costruzione del ponte sull'Isonzo. Le fonti che in vario modo ci permettono di ricostruire l'assetto viario romano - la Tabula Peutingeriana, l'Itinerarium Burdigalense e l'Itinerarium Antonini - disegnano il percorso di una via che da Aquileia, attraverso le Alpi Giulie, portava a Iulia Emona, collegando la X regio e quindi l'Italia ai paesi della Pannonia9. L'Itinerarium Burdigalense - cronaca del IV secolo di un pellegrinaggio da Bordeaux a Gerusalemme - prima del ponte indica la presenza di una mutatio (stazione di sosta) Ad Undecimum, che si suppone dovesse trovarsi presso l'odierna Gradisca d'Isonzo. Lì ci si poteva riposare ed eventualmente cambiare i cavalli. 

Nella Tabula Peutingeriana - copia del XIII secolo di un'antica carta romana che mostrava le vie militari dell'impero all'epoca di Augusto - il Pons Sonti viene collocato a quattordici miglia - una ventina di chilometri - da Aquileia

Accanto alle strade principali e nei punti strategicamente rilevanti i reparti militari schierati avevano il compito di vigilare e difendere il territorio da eventuali attacchi nemici. Le esigenze logistiche dei militari furono di importanza fondamentale per la prima urbanizzazione di molte aree periferiche del futuro impero. A suffragare quest'ipotesi vi sono anche le scoperte fatte presso Cormons, Most na Soči a e Špeter, ove accanto ad arnesi celtici, comuni a tutto il Norico, si sono rinvenute monete e fibule romane.

La zona di Lucinico rientrava nell'ager aquileiense, vasto territorio frazionato e distribuito ai veterani dell'esercito come compenso per il servizio svolto. La città di Aquileia era servita da diversi assi viari. Questi erano: la via Annia, che risaliva la penisola italica correndo lungo la costa adriatica, e la via Postumia, che da Genova portava ad Aquileia. Da Aquileia si dipartivano poi altre vie, quali la Gemina, che portava ad Emona, passando per il Pons Sontii, e la Iulia Augusta, che raggiungeva il Norico (Austria) attraverso il passo di Monte Croce Carnico.

A Lucinico sono stati rinvenuti resti di epoca romana, più precisamente le tracce di una villa, come allora veniva chiamata la residenza posta al centro di una tenuta agricola. Nella località Pubrida, ad un'altitudine di 75 m s.l.m. in zona collinare pedemontana, nel 1877 durante l'aratura vennero alla luce dei resti: da qui una breve attività di scavo su cui allora riferì l'imperial-regio conservatore Paolo de Bizzarro. Le indagini furono riprese negli anni 1945-47 e 1948 dal già ricordato Sandro Stucchi, portando al ritrovamento di impor- tanti strutture abitative. Alla profondità di appena mezzo metro si rese visibile un pavimento a mosaico, rappresentante sopra fondo bianco latteo una rete di esagoni neri (favus), circondato da un orlo dentato. Nel precedente scavo del 1877 lì vicino era stato rinvenuto un altro mosaico, allora asportato, di cui si sono perse le tracce. Successivamente allo scavo di Stucchi, nel 1972, in un fondo contiguo emersero infine frammenti di manufatti in terracotta e tessere di mosaico.

L'edificio della villa constava di una parte residenziale, con stalla ed ambiente utilizzato per la macina dei cereali. Se ne erano conservati i muri perimetrali, vani pavimentati sia in cotto, sia in mosaico, tegole con il bollo usato per distinguere le varie fornaci, parti marmoree. Fra le strutture messe in luce Stucchi riconobbe gli elementi di un completo, seppur piccolo, impianto termale: calidarium, tepidarium e frigidarium, interpretazione messa in dubbio da studi recenti: la villa disponeva, ad ogni modo, di un impianto di riscaldamento. Dei vari ambienti restava solo la pianta, dato che l'edificio era stato evidentemente distrutto da un incendio. Vi si trovarono frammenti di anfore e pentole che portavano impresso anch'esse il marchio della 'fabbrica' di origine, lucerne, pesi da telaio, vetri, alcune fibule bronzee, utensili vari tra cui un mortaio e una macina in pietra: materiale la cui datazione testimoniava che la villa era stata abitata senza interruzione quanto meno dal II al IV secolo d.C.  Sui resti della villa romana Stucchi individuò strutture più tarde, risalenti ai secoli XV-XVI, ed infine tracce di una costruzione ancora più recente. Ad oggi questo è l'unico rinvenimento importante di epoca romana nell'area di Lucinico. Molto probabilmente si trattava di una delle fattorie che costellavano, a qualche distanza l'una dall'altra, quel territorio, relativamente vicina al ponte sull'Isonzo ed alla sua stazione di posta, ma appartata rispetto al più vicino centro abitato di qualche rilievo.